Nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, la Commissione europea vietò la diffusione nell’Unione europea dei media statali russi, tra cui RT e Sputnik. Il divieto riguardava televisione, satellite, streaming, applicazioni e internet e puntava a impedire la circolazione dei loro contenuti sul territorio dell’Ue.
L’applicazione della misura, tuttavia, non si tradusse nella creazione di un elenco unico di domini da bloccare. I singoli Paesi europei procedettero in modo diverso e siti, copie speculari e altri canali rimasero accessibili. Nel tempo, la propaganda russa ha così potuto adattarsi alla pressione delle sanzioni: dalle piattaforme direttamente colpite si è spostata verso una rete di copie, risorse anonime e contenuti pensati per essere intercettati dai motori di ricerca e dai sistemi di intelligenza artificiale.
Dal 2022 alla nuova circolazione attraverso le tecnologie digitali
La conseguenza è stata l’apertura di un percorso alternativo verso il pubblico europeo. I materiali riconducibili alle reti propagandistiche russe hanno continuato a entrare nell’ambiente informativo aperto attraverso siti duplicati, canali Telegram, VK e altre risorse, diventando potenziali fonti per i servizi che indicizzano e sintetizzano i contenuti disponibili online.
In questo passaggio cambia anche la forma con cui i messaggi arrivano agli utenti. Un contenuto filorusso non deve più necessariamente essere consultato direttamente su un sito di propaganda: può essere ripreso da un motore di ricerca o da un chatbot e presentato come parte di una risposta automatica. La narrazione del Cremlino rischia così di apparire non come il messaggio riconoscibile di un media russo, ma come un’informazione neutrale elaborata da uno strumento digitale.
Settembre 2026, la verifica di Reporter senza frontiere
Nel settembre 2026 Reporter senza frontiere (RSF) ha verificato se i principali chatbot rispettassero il divieto europeo del 2022. L’organizzazione ha chiesto loro di cercare notizie esclusivamente nei media statali russi e, quando i siti risultavano non disponibili, di trovare vie alternative attraverso copie speculari, Telegram e VK.
La verifica è stata condotta da Vincent Berthier, responsabile del settore tecnologico di RSF, dopo che l’organizzazione aveva individuato casi analoghi nel bot Telegram Mira. Berthier ha sottoposto lo stesso tipo di richiesta a ChatGPT, Claude, Gemini, Grok, Meta AI e al servizio francese Vibe.
I risultati hanno mostrato differenze tra i sistemi, ma anche una capacità concreta di aggirare i blocchi. ChatGPT, Grok e Claude sono stati quelli che più spesso hanno raccolto rassegne, titoli e collegamenti provenienti da RT, Sputnik e da altre fonti russe sottoposte a sanzioni, senza avvertire con regolarità l’utente che si trattava di media colpiti dalle restrizioni europee.
Vibe ha individuato autonomamente alternative su VK e Telegram. Gemini ha risposto più spesso con un rifiuto, mentre Meta AI ha richiamato in modo costante il divieto previsto dalle regole dell’Unione europea. La prova non ha quindi prodotto un comportamento uniforme: alcuni chatbot hanno applicato il limite, altri hanno invece trasformato la richiesta in una ricerca di canali sostitutivi.
Il 23 settembre 2026, la denuncia sul nuovo canale di accesso
Il 23 settembre 2026 i risultati della verifica sono stati resi pubblici e riportati da Euronews. Per RSF, i chatbot dialogici stanno già funzionando come un canale mediatico aggiuntivo: non si limitano a rispondere alle domande, ma selezionano, organizzano e ripresentano informazioni provenienti dal web, comprese quelle diffuse da fonti russe bloccate nell’Ue.
Il meccanismo amplia l’efficacia delle reti propagandistiche legate alla Russia. La produzione su larga scala di materiali in lingue diverse consente ai siti controllati o collegati a Mosca di alimentare l’ambiente informativo aperto con notizie false e narrazioni filorusse. Quando questi contenuti vengono scansionati dai motori di ricerca o utilizzati dai sistemi di intelligenza artificiale, possono ricomparire nelle risposte agli utenti anche se l’accesso diretto alla fonte originaria è stato vietato.
La mediazione algoritmica rende inoltre più difficile riconoscere la disinformazione. Il messaggio non viene presentato necessariamente con il nome, il logo o il linguaggio di RT e Sputnik, ma viene ricomposto in una risposta automatica che può generare nell’utente una percezione ingannevole di neutralità e affidabilità. In questo modo, il tradizionale blocco dei siti perde parte del suo effetto pratico.
Dalla verifica alla richiesta di un intervento normativo europeo
Secondo le conclusioni di RSF, la lacuna riguarda anche il quadro normativo dell’Unione. Il Digital Services Act, cioè la Legge sui servizi digitali, e l’AI Act, la normativa europea sull’intelligenza artificiale, non coprono pienamente i rischi creati dall’uso generativo dei chatbot. I sistemi informativi non rientrano automaticamente nella categoria dei sistemi ad alto rischio e, sul piano giuridico, è quindi più difficile imporre ai loro sviluppatori gli stessi obblighi di rispetto delle sanzioni previsti per le piattaforme mediatiche tradizionali.
Questa differenza produce una zona scoperta: una richiesta testuale ordinaria può permettere di recuperare contenuti che l’Unione europea aveva cercato di escludere dal proprio spazio informativo. Le restrizioni restano formalmente rivolte alle fonti e ai canali sanzionati, mentre i servizi che li ricercano, li aggregano o li riformulano non sono sottoposti automaticamente a un controllo equivalente.
Per questo gli esperti di Reporter senza frontiere chiedono di estendere ai chatbot la disciplina applicata ai media e di considerarli sistemi ad alto rischio quando possono veicolare contenuti sottoposti a restrizioni. L’obiettivo indicato dall’organizzazione è impedire che le reti propagandistiche russe rientrino nel mercato informativo europeo attraverso piattaforme tecnologiche legali che oggi non sono soggette agli stessi meccanismi di controllo.
La posizione raggiunta il 23 settembre 2026 è dunque questa: il divieto europeo del 2022 continua a colpire direttamente RT, Sputnik e gli altri media russi sanzionati, ma alcuni chatbot consentono di recuperarne i contenuti tramite richieste mirate e canali alternativi. La propaganda russa dispone così di un nuovo accesso all’audience europea, mentre l’adeguamento delle regole sui servizi di intelligenza artificiale resta al centro delle richieste di RSF.