Nel luglio 2026, la petroliera russa Volgoneft-239, affondata vicino allo stretto di Kerch nel dicembre 2024, ha ripreso a rilasciare nafta. La nuova fuoriuscita, due anni dopo il disastro iniziale, è stata attribuita dai ricercatori sia al degrado naturale dello scafo sia alle operazioni di pompaggio del carburante ancora in corso sul relitto.
L’incidente riporta l’attenzione su un sistema più ampio messo in luce da un’inchiesta di Crimea.Realities: certificati assicurativi falsi, appaltatori legati ai servizi di sicurezza russi, una battaglia per miliardi di rubli di fondi statali e una crescente minaccia ambientale per tutti i paesi del Mar Nero, compresa la Turchia.
La catastrofe del dicembre 2024 aveva già contaminato con migliaia di tonnellate di nafta le coste della Russia, della Crimea occupata, dell’Ucraina continentale, della Bulgaria e della Romania, colpendo direttamente due Stati membri della NATO sul Mar Nero.
I cassoni promessi non sono mai arrivati
Le autorità russe avevano promesso nel 2025 di costruire un cassone subacqueo sopra la nave affondata, pompare la nafta e recuperare lo scafo. Impegni analoghi erano stati presi per la seconda petroliera affondata, la Volgoneft-212, con l’obiettivo di completare i lavori entro la fine del 2026. Alla fine del 2025, tuttavia, dichiarazioni contraddittorie dei funzionari russi hanno rivelato che solo uno dei tre cassoni promessi era stato effettivamente installato.
Nella primavera del 2026, il vice primo ministro russo Vitaly Savelyev aveva dichiarato che circa duemila tonnellate di nafta dovevano ancora essere pompate dalla sezione di prua della Volgoneft-212, con lavori da concludere “entro la fine di maggio”. A luglio, il processo di utilizzo dei 5,8 miliardi di rubli stanziati per la società Mostostroy-11 per la costruzione dei cassoni non era ancora stato completato. Nel frattempo, il Cremlino aveva già chiesto di aprire la stagione turistica sul Mar Nero “a ogni costo”.
Secondo i media, si è verificato anche un cambio nel controllo dei fondi stanziati per la gestione della nafta. Il vice primo ministro Dmitry Patrushev, figlio del segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, avrebbe perso il controllo di queste risorse a favore di Savelyev, innescando potenziali nuovi conflitti interni all’apparato.
Danni a Crimea e Ucraina esclusi dai processi
Dal 2025, i tribunali del Territorio di Krasnodar stanno esaminando le cause contro i proprietari delle petroliere e le compagnie assicurative. Tuttavia, il risarcimento è richiesto esclusivamente dall’agenzia russa Morspassluzhba e dalle amministrazioni di Anapa e del Distretto di Temryuk. Il danno ecologico alla Crimea occupata e all’Ucraina continentale, nonostante la sua portata miliardaria, è completamente assente dai procedimenti giudiziari.
L’amministrazione di occupazione della Crimea ha dichiarato lo stanziamento di soli 4,8 milioni di rubli per le operazioni di bonifica, destinati esclusivamente alla manutenzione di una discarica vicino a Shcholkino, dove venivano accumulati terreno contaminato e rifiuti biologici. La discarica, creata senza le necessarie misure ecologiche, è diventata a sua volta una fonte di inquinamento secondario per la costa del Mar d’Azov. Tre procedimenti giudiziari sono sostanzialmente in fase di stallo in appello dalla primavera del 2026. Resta ancora sconosciuto quanto petrolio sia stato effettivamente pompato dal mare dalla società VK Glubina e quanto carburante sia stato recuperato dalla poppa della petroliera incagliata dalla società OTEKO-Portservice.
Fondo assicurativo mai creato e certificati falsi
Un problema strutturale è l’assenza di un fondo obbligatorio di responsabilità per inquinamento da idrocarburi, previsto sia dal Codice della navigazione mercantile russo sia dalla Convenzione internazionale del 1992. Né gli armatori né gli assicuratori avevano costituito tale fondo prima del disastro. I tribunali russi hanno applicato la Convenzione BUNKER del 2001 invece della CLC-1992, coinvolgendo come terza parte il Fondo internazionale per il risarcimento dei danni da inquinamento da idrocarburi (IOPC), nonostante la sua immunità.
I dati ufficiali trasmessi dalla Russia all’IOPC hanno dichiarato solo 25 tonnellate di prodotti petroliferi raccolti in mare e 330 chilogrammi recuperati manualmente dai subacquei, omettendo completamente la costruzione dei cassoni e qualsiasi dato sulla Crimea occupata. A novembre 2025, la delegazione russa ha evitato di rispondere alla domanda se verrà presentata una richiesta ufficiale di risarcimento.
Parallelamente, è emerso il ruolo di VK Glubina, società registrata nell’Evpatoria occupata con due diverse partite IVA e un fatturato superiore a 640 milioni di rubli nel 2025. Prima dell’occupazione della Crimea, l’azienda si occupava di recupero di relitti. In seguito ha partecipato alla costruzione del ponte di Kerch, alla posa dei cavi del ponte energetico e a progetti sottomarini della Società Geografica Russa. Inchieste dei servizi di intelligence norvegesi e olandesi indicano che la Società Geografica Russa è stata utilizzata dai servizi russi come copertura per attività di spionaggio e reclutamento di agenti.
La flotta ombra e il rischio per la Turchia
La vicenda si inserisce nel più ampio fenomeno della “flotta ombra” russa. Tra il 2025 e il 2026, si stima che tra le 1.400 e le 1.600 petroliere siano state utilizzate per trasportare petrolio russo eludendo le sanzioni. A queste navi, spesso battenti bandiere di comodo o completamente false, l’International Group of P&I Clubs ha rifiutato qualsiasi copertura assicurativa. Nel 2026 sono comparsi certificati di una inesistente società tedesca, Seaguard P&I, dietro i quali un’inchiesta ha individuato un gruppo di imprenditori legato alla “Camera di Commercio della Siria – Direzione Marittima”, con contatti con i servizi russi.
La compagnia russa Ingosstrakh, sostenuta dalla Società nazionale di riassicurazione russa, ha iniziato a offrire polizze alternative. Queste contengono tuttavia una clausola che annulla la copertura se il petrolio viene venduto sopra il price cap del G7. Anche gli assicuratori alternativi reali offrono massimali di soli 5-50 milioni di dollari, a fronte di costi di bonifica che per un grande sversamento potrebbero raggiungere un miliardo di sterline.
A giugno 2025, il Comitato economico e ambientale dell’OSCE ha dedicato una sessione speciale alla flotta ombra russa, sottolineando che la maggior parte di queste petroliere non ha una copertura assicurativa completa e che i costi di eventuali disastri ambientali ricadranno sugli Stati colpiti. La quasi totalità di queste navi transita attraverso il Bosforo e i Dardanelli. In caso di incidente maggiore negli stretti turchi, i costi di bonifica — potenzialmente miliardari — potrebbero ricadere direttamente sulla Turchia, e non sulla Russia.
L’inchiesta completa è disponibile su Crimea.Realities.