Primo ritiro delle truppe israeliane: l’afflusso di 200.000 rifugiati palestinesi a Gaza City

10.10.2025 23:05
Primo ritiro delle truppe israeliane: l'afflusso di 200.000 rifugiati palestinesi a Gaza City

Lo scrosciare della pioggia in ottobre ha sorpreso i palestinesi quanto la possibilità di poter camminare liberi. Dopo il ritiro dell’esercito israeliano, previsto dall’accordo, decine di migliaia di persone hanno marciato lungo le strade che fino a poche ore prima erano campo di battaglia. Sui carretti, a piedi, in fila sui sentieri creati dalle macerie, sono tornati nei villaggi abbandonati, ai resti di quelle che erano le loro case, ai pezzi di una vita distrutta, riporta Attuale.

Le fonti mediche rivelano che, sotto le macerie, sono già stati recuperati 81 corpi. Secondo alcuni analisti israeliani, il ritiro delle truppe sarebbe stato più profondo della linea gialla stabilita nell’intesa, con Tsahal ancora dispiegata in metà della Striscia. Con l’ultimo carrarmato ritirato a mezzogiorno, è iniziato il conteggio per la tregua mediata da Stati Uniti, Egitto e Qatar: Hamas deve rilasciare entro 72 ore i venti ostaggi attualmente detenuti a Gaza, operazione prevista per lunedì mattina, ma con avvisi alle famiglie circa un possibile anticipo.

Intanto, il presidente Donald Trump è atteso in Israele, dove parlerà in parlamento prima di recarsi in Egitto per firmare un accordo da lui fortemente voluto. Durante un vertice, incontrerà leader arabi ed europei per discutere della ricostruzione del territorio devastato dalla guerra, che ha causato la morte di oltre 67 mila palestinesi. Trump ha garantito ai fondamentalisti che, dopo questa prima fase, Benjamin Netanyahu non riprenderà l’offensiva.

Nel suo discorso alla nazione, il premier israeliano ha affermato che la tregua è stata raggiunta grazie alla pressione militare. Netanyahu, in campagna elettorale, teme che il ricordo delle sue responsabilità politiche nei massacri del 7 ottobre possa influenzare l’opinione pubblica. Tuttavia, con l’annuncio della tregua e la liberazione degli ostaggi, il suo partito Likud ha guadagnato seggi nei sondaggi. Ha avvertito: l’esercito rimarrà a Gaza fino a quando Hamas non sarà disarmata, un compito che spetterà a una forza internazionale.

Il controllo delle strade è già tornato ai fondamentalisti, che pattugliano le principali aree di Gaza. I paramilitari islamisti si sarebbero scontrati con membri del potente clan Daghmush, che si oppone al potere di Hamas. Durante la guerra, Hamas aveva accusato i clan locali di sabotare i camion con gli aiuti, mentre i Daghmush hanno affermato di proteggere il materiale umanitario dai saccheggi.

In questo contesto, l’esercito israeliano è pronto ad aiutare i gruppi tribali che combattono contro Hamas. Le Nazioni Unite, che erano state bloccate dal governo israeliano, hanno annunciato che riprenderanno a muovere i convogli con gli aiuti, ma resta da risolvere la questione della sicurezza dei convogli contro possibili assalti.

La resistenza di Netanyahu a considerare un piano per il dopoguerra e la sua esclusione dell’Autorità palestinese dalla gestione di Gaza hanno creato un vuoto di potere, rendendo incerta l’efficacia della forza internazionale proposta da Trump. In Egitto, sono già stati inviati 5.000 militari dal presidente Abu Mazen pronti a intervenire nella Striscia, ma il veto di Netanyahu permane.

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