Proteste in Giappone contro le politiche militari del governo Takaichi
Negli ultimi mesi, il Giappone ha visto un significativo aumento delle proteste pacifiste, in particolare contro la guerra in Medio Oriente e le recenti politiche della prima ministra Sanae Takaichi, che minano l’approccio pacifista del paese adottato da decenni, riporta Attuale.
Le manifestazioni, rare in Giappone, hanno raggiunto un picco di partecipazione domenica scorsa a Tokyo, con la partecipazione di 50.000 persone, e si sono diffuse anche in altre città come Osaka e Kyoto. Lo slogan principale è «no alla guerra», riflettendo l’opposizione crescente alle riforme militari del governo.
Tra le decisioni più contestate c’è la revoca del divieto di vendere armi letali all’estero, adottata dal governo il 21 aprile 2026. Attualmente, questa politica riguarda 17 paesi con cui il Giappone ha accordi di difesa, segnando un cambiamento significativo rispetto alla postura pacifista mantenuta dal Giappone dalla fine della Seconda guerra mondiale.
L’articolo 9 della Costituzione giapponese, redatta dalle forze di occupazione statunitensi e adottata nel 1947, vieta al Giappone di mantenere un esercito. Takaichi, in carica da ottobre 2025, ha proposto di rivedere questa norma, sostenendo che la Costituzione «dovrebbe essere periodicamente aggiornata per riflettere le esigenze del tempo». Tuttavia, le modifiche sono contestate fermamente dai manifestanti.
In assenza di un esercito regolare, il Giappone mantiene un corpo noto come “Forze di autodifesa”, la cui missione è limitata alla protezione del territorio nazionale e non prevede l’impiego in operazioni militari all’estero. Negli anni, però, diverse forze politiche giapponesi, specialmente quelle di destra, hanno chiesto un cambiamento della situazione, sostenendo la necessità di un esercito per affrontare le minacce esterne.
Questa battaglia è storicamente portata avanti dal Partito Liberal Democratico (PLD), di cui Takaichi è esponente, e dal suo mentore Shinzo Abe, primo ministro tra il 2006 e il 2007 e poi dal 2012 al 2020. Sotto la sua guida, il Giappone ha attuato riforme significative della politica di difesa, tra cui l’autorizzazione nel 2014 all’esportazione di armi non letali e l’approvazione delle missioni all’estero nel 2015.
Per modificare l’articolo 9 della Costituzione, è necessaria una maggioranza dei due terzi in Parlamento. Takaichi ha ottenuto questa maggioranza alla camera bassa, ma non alla camera alta, che sarà rinnovata nel 2028.
Inoltre, la questione della militarizzazione del Giappone è legata alla guerra in Medio Oriente. Takaichi ha citato l’articolo 9 per giustificare il rifiuto di partecipare a una missione navale nello stretto di Hormuz, proposta dal presidente statunitense Donald Trump, ma il Giappone sembra ora propendere per un riarmo coerente con gli interessi statunitensi nella regione.
Il nuovo approccio giapponese è anche una risposta alle minacce regionali, in particolare da parte della Corea del Nord e alle tensioni con la Cina, amplificate dalle dichiarazioni di Takaichi riguardo alla difesa di Taiwan. La fornitura di armi e navi ai paesi alleati serve ad aumentare la deterrenza giapponese, con le prime esportazioni già programmate verso l’Australia.
Secondo un sondaggio del Yomiuri Shimbun, il 49% degli intervistati è contrario alla vendita di armi all’estero, evidenziando una divisione nel paese rispetto alle politiche militari, nonostante una maggioranza supporti misure più assertive contro la Cina.