Roma, 31 marzo 2026 – La situazione in Medioriente si fa sempre più complessa e, in Italia, riemerge il dibattito su Sigonella. La base aeronavale italo-americana è tornata al centro di una crescente tensione diplomatica tra Roma e Washington, dopo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo della struttura come scalo per aerei militari diretti verso il teatro di guerra iraniano. La questione è stata riportata per prima dal Corriere della Sera, mettendo in luce problemi ereditati dai trattati stipulati dall’immediato dopoguerra: si va dal primo Nato Sofa del 1951 al Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, aggiornato nel 1973 e con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Nonostante la chiarezza di tali accordi, il rapporto tra i due Paesi ha visto sorgere differenze significative nel corso degli anni.
Cos’è Sigonella e perché conta così tanto
La base di Sigonella, situata nel cuore del Mediterraneo e a circa venti chilometri da Catania, rappresenta una delle infrastrutture americane più cruciali al di fuori degli Stati Uniti. Con l’inizio della guerra in Iran, avvenuta circa un mese fa con i primi bombardamenti su Teheran, il traffico di droni e aerei da ricognizione è significativamente aumentato. Gli accordi bilaterali consentono operazioni di routine e logistico, ma per attività che rientrano nel contesto bellico, è necessaria l’autorizzazione del governo italiano, il che può includere anche il coinvolgimento del Parlamento.
La catena di comando
Il caso attuale coinvolge il Capo di Stato Maggiore della Difesa italiana, il generale Luciano Portolano, che ha informato Crosetto riguardo all’arrivo imminente di aerei americani. Dopo aver verificato la natura di tali velivoli, che si è rivelata essere quella di bombardieri destinati a colpire obiettivi iraniani, il ministro ha negato loro l’accesso. Questa decisione si è inserita all’interno di una chiara procedura: come dichiarato il 5 marzo, qualsiasi richiesta riguardo l’uso delle basi italiane per fini bellici dovrà passare attraverso il Parlamento.
Le origini di Sigonella
La storia della base inizia nei primi anni ’50, quando le operazioni della Marina americana a Hal Far, Malta, non riuscivano più a soddisfare le esigenze crescenti. Con il supporto della NATO e l’accordo temporaneo del 1957, l’Italia mise a disposizione il territorio siciliano. Dopo l’inizio dei lavori su un vecchio aeroporto della Luftwaffe, nel 1959, la struttura divenne ufficialmente la “United States Naval Air Facility (NAF) Sigonella”, e negli anni ’80 fu classificata come “Naval Air Station”, mantenendo questa classificazione fino ad oggi. Oggi Sigonella è un hub che accoglie un numero considerevole di militari, con una proporzione di 7.000 unità e rappresenta il secondo aeroporto militare più trafficato in Europa.
Quando Craxi fermò i marines
La recente vicenda riporta alla memoria la crisi di Sigonella del 1985. In quel contesto, caccia americani costrinsero un aereo egiziano, che trasportava quattro palestinesi, a atterrare alla base siciliana. I marines, sotto il comando del tenente colonnello Oliver North, circondarono l’aereo, ma il premier Bettino Craxi ordinò di fermarli, poiché i reati erano stati commessi in acque internazionali e a bordo di una nave italiana. Il conflitto si risolse con il ritiro dei marines, lasciando un segno profondo nelle relazioni italo-americane, che Craxi cercò di ricucire con un viaggio a New York per incontrare Ronald Reagan.
L’Italia nell’asse delle basi Usa
Oltre a Sigonella, l’Italia ospita altre sei basi Usa, inclusi diversi siti riservati per scopi di intelligence. Tra queste, ad Aviano ha sede il 31st Fighter Wing dell’Aeronautica Usa con i cacciabombardieri F-16 Falcon, mentre in Lombardia a Ghedi si presume siano dislocate testate nucleari americane, sebbene tale presenza non sia mai stata confermata ufficialmente. Inoltre, campi come Camp Darby e Camp Ederle svolgono ruoli significativi nelle operazioni americane in Europa. Alla fine febbraio 2026, tutte le basi sono state sottoposte a sorveglianza rafforzata.
La linea italiana negli anni 90 e 2000
Negli anni ’90 e 2000, ci sono stati altri episodi simili, come durante la guerra in Kosovo, quando l’Italia aprì le proprie basi per i bombardamenti della NATO nel 1999. Anche nel 2003, durante la seconda guerra del Golfo, l’Italia ha autorizzato il dispiegamento dei paracadutisti verso l’Iraq, e nel 2011 nella missione in Libia. Tuttavia, nel 2026, in relazione alla guerra in Iran, l’Italia non partecipa al conflitto, mantenendo una chiara posizione di non belligeranza. Resta da vedere se gli Stati Uniti torneranno a sollecitare l’uso delle basi italiane.