Gli Stati Uniti si preparano a un blocco prolungato dello stretto di Hormuz, aggravando la crisi economica dell’Iran
Il governo degli Stati Uniti si sta preparando a un blocco prolungato dello stretto di Hormuz, segno che non vede soluzioni rapide alla guerra contro l’Iran. Ciò significa, quindi, che le navi della marina statunitense bloccano quelle in movimento da e verso i porti iraniani, impedendo al regime di esportare petrolio e quindi aggravando la crisi della sua economia. Le conseguenze riguardano tutto il mondo, e diventano più preoccupanti con il passare del tempo, riporta Attuale.
Il problema può essere considerato da tre punti di vista: quello dell’Iran, quello degli Stati Uniti e quello di tutti gli altri paesi.
Iran
Dall’inizio della guerra, l’Iran ha preso il controllo dello stretto, lasciando passare solo poche navi, secondo condizioni rigorose. I bombardamenti di Israele e Stati Uniti hanno decimato la leadership, ma il regime è costruito per resistere alle pressioni esterne e non è crollato; al contrario, è emersa una nuova classe dirigente dominata dai militari, caratterizzata da una maggiore radicalizzazione religiosa e ideologica, e di conseguenza meno propensa a fare concessioni.
Il blocco navale statunitense si presenta come una sfida rilevante per il regime, considerando una situazione economica già disastrata. L’impossibilità di esportare petrolio ha privato l’Iran della principale fonte di valuta straniera, che rappresenta un terzo del PIL. Il pedaggio applicato per il transito nello stretto di Hormuz non riesce a compensare queste perdite. Inoltre, l’Iran ha quasi saturato gli spazi per lo stoccaggio di petrolio e potrebbe dover interrompere l’estrazione.
Secondo alcuni analisti, le perdite causate dal blocco statunitense, almeno nel breve periodo, si rivelano molto più contenute rispetto ai danni provocati dai bombardamenti, che sono stati sospesi a tempo indefinito dagli Stati Uniti. L’amministrazione Trump spera che il blocco risulti efficace come quello imposto alle petroliere venezuelane, ma rimane un paragone inappropriato, come lo era quello sulla possibilità di rovesciare il regime iraniano.
Vali Nasr, esperto analista di questioni iraniane, ha dichiarato al Financial Times che il blocco statunitense potrebbe, paradossalmente, giocare a favore dell’Iran, consentendogli di trasferire le conseguenze della guerra sul resto del mondo e di espandere il conflitto. Questa è stata anche la strategia utilizzata dall’Iran per colpire obiettivi civili nei paesi del Golfo Persico.
Stati Uniti
Se si paragona la guerra a una gara di resistenza con l’Iran, Trump è il competitor con meno tempo a disposizione. Non solo perché i suoi poteri di guerra scadono il 1° maggio: entro quella data dovrebbe farseli autorizzare dal Congresso o prorogarli per 30 giorni, ma questa scadenza è teorica e in passato Trump e altri presidenti hanno superato tali limiti senza grossi problemi. Tuttavia, la questione è soprattutto politica.
Trump, per ora, non ha intenzione di riprendere gli attacchi. Tuttavia, non può mantenere indefinitamente un ingente dispiegamento di forze militari nei pressi del Golfo. La guerra ha consumato le scorte di armi statunitensi, in particolare di missili per i sistemi antiaerei, e il ripristino richiederà anni e ingenti investimenti.
Trump intende anche evitare che il crescente tasso d’inflazione e l’aumento dei prezzi del carburante colpiscano le elezioni di metà mandato di novembre, da cui il suo partito Repubblicano rischia di uscire in minoranza, poiché il tasso d’approvazione di Trump è ai minimi storici dalla sua rielezione, avvenuta a gennaio 2025.
Nel breve termine, la guerra ha anche avuto sviluppi positivi per gli Stati Uniti: grazie al blocco di Hormuz, le esportazioni di petrolio e gas naturale statunitensi hanno raggiunto i livelli storici, sostituendo parzialmente quelle dei paesi del Golfo, senza eguagliarle però. Inoltre, tra le molte questioni sottovalutate da Trump ci sono le complessità tecniche relative all’eliminazione delle mine poste dall’Iran nello stretto.
Tutti gli altri
La maggior parte dei paesi, inclusi quelli europei più prosperi, non era preparata a gestire questa crisi. Ci vorranno diversi mesi per tornare a una situazione simile a quella pre-guerra. Le conseguenze relative ai prezzi del petrolio e del gas naturale, o del carburante per aerei, continueranno a farsi sentire, in base ai danni alle infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo e al tempo necessario per ripararle.
Diversi paesi dell’Asia hanno introdotto misure di razionamento del carburante per contenerne i consumi, essendo i più esposti alla crisi, con oltre l’80% del loro approvvigionamento di petrolio e gas naturale che transita per lo stretto. Questi paesi temono anche ripercussioni sul turismo, fonte essenziale di entrate, a causa dell’aumento dei costi del carburante per aerei, il quale potrebbe portare a cancellazioni di voli da parte delle compagnie aeree.
Il problema del carburante aereo rappresenta un classico esempio di “distruzione della domanda”: se non ce n’è sufficiente per tutti, qualcuno dovrà fermarsi dall’utilizzarlo.
Finora l’Europa è stata in parte risparmiata, continuando a ricevere carichi di idrocarburi partiti prima dell’inizio della guerra, poiché le petroliere impiegano settimane per raggiungerla dal Golfo Persico. L’Europa ha anche maggiori riserve e può permettersi di pagare prezzi dell’energia più elevati, ma da settimane l’Agenzia internazionale per l’energia avverte che i governi dei paesi avanzati stanno sottovalutando gli effetti della crisi. Misure come l’utilizzo delle riserve di emergenza o le sovvenzioni per contenere i prezzi, sebbene funzionino nel breve termine, non saranno sostenibili su periodi prolungati come quelli che si profilano.