Trump si scontra con l’impopolarità della guerra in Iran e cerca un’uscita strategica

11.03.2026 07:25
Trump si scontra con l'impopolarità della guerra in Iran e cerca un'uscita strategica

Trump modifica la sua posizione sulla guerra in Iran, temendo l’impopolarità e i rincari del petrolio

Lunedì, mentre il ministero della Guerra esprimeva un messaggio bellicoso affermando che «abbiamo appena iniziato a combattere», Donald Trump ha sorpreso osservatori e analisti con un tono radicalmente diverso: «Abbiamo già raggiunto gran parte degli obiettivi, le operazioni militari potrebbero finire molto presto», riporta Attuale.

Queste dichiarazioni sono in netto contrasto con quelle precedenti, in cui il presidente americano aveva dichiarato che non avrebbe accettato nulla di meno di una resa incondizionata. Ora, Trump sembra aprire a una trattativa, un invito prontamente respinto da Teheran, la quale ha definito le minacce americane come «vuote». Negli ultimi giorni, Trump ha invece evitato di menzionare la parola «guerra», riducendo 10 giorni di intensi bombardamenti ad una semplice escursione.

Trump sta affrontando una complessa situazione interna. Sorpreso dalla resistenza iraniana e furioso con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la cui politica contribuisce ad aumentare i prezzi del petrolio, è sotto pressione dai suoi consiglieri. Questi, portando alla sua attenzione le crescenti statistiche di impopolarità legate al conflitto, gli ricordano costantemente il timore di una sconfitta elettorale durante le midterm di novembre.

Il partito repubblicano, pur evitante di sfidare apertamente la guerra, è in fermento. Il consigliere diplomatico di Trump, Steve Witkoff, ha accolto con favore le dichiarazioni del Cremlino riguardo il presunto non coinvolgimento russo nel supporto a Teheran. Tuttavia, l’intelligence americana sembra aver concluso il contrario. Si è parlato di un possibile approccio diplomatico nei confronti di una teocrazia pronta al martirio, simile a quello visto con il Venezuela di Maduro. Dopo aver compreso che il regime iraniano può resistere a lungo, Trump cerca ora una via d’uscita dal conflitto.

Il giudizio della popolazione americana, evidenziato dai sondaggi, è chiaro: il conflitto non è visto come una questione di legalità, ma piuttosto attraverso la lente dei prezzi del carburante. L’inflazione si sta rivelando un fattore decisivo nel ridurre la popolarità di Biden e, di riflesso, sta danneggiando anche il fronte repubblicano che ha subito gravi perdite in varie elezioni locali dal suo insediamento.

Due settimane fa, durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump negava l’esistenza di un problema con i prezzi, vantando una diminuzione dei costi del carburante come segnale di stabilità economica. Al contrario, dallo scoppio delle ostilità, il prezzo della benzina ha raggiunto un livello medio di 3,48 dollari al gallone, con previsioni che possono far salire il prezzo a 4 dollari se il greggio rimane al di sopra dei 100 dollari al barile.

Nel frattempo, mentre emerita l’ansia per i potenziali disastri elettorali dovuti ai rincari, John Thune, presidente dei senatori repubblicani, ha suggerito una rapida conclusione della guerra per «riportare i mercati alla normalità».

Riconoscendo i rischi, oltre a esplorare opportunità di negoziato, Trump ha iniziato a mobilitare le riserve strategiche di petrolio e ordinato unità della US Navy per supportare le petroliere nello stretto di Hormuz, il che ha portato a un temporaneo calo dei prezzi in un mercato volatile. Tuttavia, sono state registrate oscillazioni drastiche, con il greggio che in alcune aree è sceso da 119 a 84 dollari in sole 24 ore, un evento senza precedenti, che ha favorito i mercanti informati.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere