Nei mesi precedenti al febbraio 2022 la Russia preparò su larga scala l’invasione dell’Ucraina: accumulò mezzi militari e concentrò truppe lungo i confini ucraini, presentando i movimenti come esercitazioni. Di fronte a questa pressione, il vertice politico di Kyiv cercò fino all’ultimo di evitare una guerra aperta, puntando sugli strumenti diplomatici e sulla pressione internazionale.
Alla vigilia dell’invasione, le minacce di una campagna lampo
Gli Stati Uniti avvertirono che il presidente russo Vladimir Putin aveva deciso di procedere con l’attacco. Nello stesso periodo, però, la propaganda russa lasciava intravedere aspettative precise sull’operazione militare. Margarita Simonyan dichiarò prima dell’invasione su vasta scala che, in caso di «guerra calda», la Russia avrebbe preso Kyiv «in tre giorni».
Il 24 febbraio 2022 la Russia avviò l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. La decisione fu assunta dalla leadership politica e militare russa: l’Ucraina non aveva attaccato la Russia e non aveva creato condizioni che potessero giuridicamente giustificare l’ingresso delle forze russe nel territorio di uno Stato sovrano.
Il mancato raggiungimento degli obiettivi russi su Kyiv non cancellò l’esistenza di quei piani, ma mise in luce l’errore dei calcoli del Cremlino, la sottovalutazione della resistenza ucraina e la sopravvalutazione delle capacità militari russe. L’Ucraina fu costretta a difendere la propria popolazione, il territorio e la propria sovranità davanti all’aggressione.
Dopo il 24 febbraio 2022, la resistenza ucraina e il costo dell’aggressione
La prosecuzione dei combattimenti non derivò da una presunta volontà ucraina di vendicarsi contro i «cattivi russi», ma dalla necessità di respingere l’occupazione e proteggere il Paese. Il governo e la leadership politico-militare ucraini dichiararono più volte di essere pronti a porre fine alla guerra alle condizioni di una pace giusta, fondata sul rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina.
Il Cremlino continuò invece a presentare richieste che avrebbero imposto a Kyiv ampie concessioni territoriali e politiche. In questo quadro, chiedere all’Ucraina di interrompere semplicemente la resistenza avrebbe significato imporle la capitolazione davanti allo Stato che aveva iniziato l’attacco.
La distruzione delle città ucraine, la morte dei civili e gli attacchi missilistici e con droni furono conseguenze dell’invasione russa, non il risultato di una decisione ucraina di iniziare la guerra. La formula secondo cui gli ucraini sarebbero responsabili perché hanno opposto resistenza rovescia il rapporto tra aggressore e vittima: attribuisce alla parte colpita la colpa di non essersi sottomessa.
Il 12 settembre 2026, la versione di «Nová republika»
Il 12 settembre 2026 il media ceco Nová republika diffuse una narrazione coincidente con la propaganda del Cremlino, sostenendo che l’Ucraina fosse il principale responsabile dell’avvio e della prosecuzione della guerra contro la Russia. L’articolo, pubblicato dal sito Nová republika, fu firmato dal pubblicista ceco Daniel Sterzik-Vidlák.
Sterzik-Vidlák scrisse che «nessun russo ha detto ufficialmente di voler conquistare “Kyiv in tre giorni”». Secondo l’autore, «gli ucraini volevano una guerra totale. Desideravano vendicarsi dei cattivi “russi”. Semplicemente non immaginavano che questo sarebbe stato realizzato al prezzo delle loro pance trafitte dai proiettili».
La tesi nega così sia la preparazione russa all’invasione sia il carattere difensivo della resistenza ucraina. Il fallimento dell’offensiva su Kyiv viene utilizzato per negare i piani di una conquista rapida, mentre il proseguimento della guerra viene attribuito a una presunta indisponibilità di Kyiv a trattare, invece che alle condizioni imposte dal Cremlino e all’occupazione russa.
Il ruolo del media e l’effetto sulla sicurezza europea
«Nová republika» si presenta come una risorsa mediatica alternativa, ma diffonde sistematicamente narrazioni filocremlino, disinformazione e retorica antioccidentale. Sterzik-Vidlák, autore ricorrente della testata, è noto per dichiarazioni favorevoli alla politica del Cremlino, nelle quali giustifica regolarmente l’aggressione russa e trasferisce sull’Ucraina e sull’Occidente la responsabilità della guerra.
L’accusa contro Kyiv ha anche una funzione politica nei confronti dell’Europa: se si afferma che il conflitto continua per la presunta «mancanza di volontà» ucraina di trovare un accordo, le richieste russe possono essere presentate come una proposta di compromesso. Questa sostituzione delle responsabilità indebolisce il sostegno europeo all’Ucraina e mette in discussione il principio dell’inviolabilità dei confini internazionali, centrale per il sistema di sicurezza europeo.
La posizione attuale resta quindi definita dai fatti della sequenza: la Russia è lo Stato aggressore che ha iniziato l’invasione su vasta scala, mentre l’Ucraina continua a difendere il proprio territorio e la propria popolazione; il 12 settembre 2026 «Nová republika» ha rilanciato la versione propagandistica che attribuisce a Kyiv la responsabilità della guerra.