Un soldato israeliano uccide un bambino palestinese di sette mesi a Hebron

28.07.2026 19:05
Un soldato israeliano uccide un bambino palestinese di sette mesi a Hebron

Un bambino palestinese di sette mesi ucciso da un colpo di fucile israeliano a Hebron

Il 5 giugno scorso, un soldato israeliano ha assassinato con un colpo di fucile Sam Abu Haikal, un bambino di soli sette mesi, a Hebron, in Cisgiordania, durante un tragitto di ritorno a casa con la sua famiglia, riporta Attuale.

Fahed Abu Haikal, padre del piccolo e docente universitario di 42 anni, racconta di essere in auto con la madre, la moglie Dania Salameh e i due figli quando sono stati colpiti. «All’improvviso ho visto quattro coloni a piedi per strada, in un’area palestinese, sotto il controllo dell’Autorità palestinese. Uno di loro ha alzato il fucile e ha sparato direttamente contro l’auto. Due colpi. Il primo ha colpito il parabrezza, i frammenti hanno ferito tre di noi, mentre il secondo ha colpito il cofano del motore», raccomanda.

I soldati israeliani usano fucili d’ordinanza dotati di proiettile calibro 5,56 mm, progettati per combattere a distanze comprese tra 100 e 300 metri. Questi proiettili possono frantumarsi a distanza ravvicinata, rilasciando schegge potenzialmente letali.

«Poi se ne sono andati. Non ci hanno soccorso, non hanno fatto nulla. Ho guardato la mia famiglia e ho visto Sam. Un frammento lo aveva colpito alla testa, ed era uscito dal lato opposto, entrando nel petto di sua madre. Ancora oggi nel suo petto sono rimasti due frammenti», continua Fahed. «Ho fermato un’auto e siamo andati in ospedale. Dopo tre ore mi hanno detto che era morto».

Fahed descrive il momento in cui ha tenuto il suo bambino in braccio, ricordando come la temperatura di Sam stesse scendendo. «In quel momento capisci di aver perso tantissime cose. L’oppressione non dura per sempre, la violenza non dura per sempre. Questo è il punto», afferma il padre, facendo riferimento a un clima di impotenza e paura comune tra i palestinesi.

Alla domanda se i responsabili fossero coloni o soldati, Fahed replica: «Non c’è differenza. Possono essere coloni o soldati, ma hanno la stessa aggressività».

Subito dopo l’incidente, i soldati israeliani sono tornati sul posto per sequestrare le schede di memoria delle telecamere di sorveglianza e hanno requisito l’auto di Fahed, che è tuttora sotto sequestro. L’esercito israeliano prima ha dichiarato che si è trattato di un errore e poi ha accusato il padre di aver accelerato in modo pericoloso, mettendo in pericolo il soldato.

Il luogo dell’incidente è trafficato e in salita. Fahed sostiene che la sua auto non stava compiendo manovre pericolose e che il soldato si trovava in una posizione sicura quando ha aperto il fuoco.

Fahed mette in evidenza che episodi di violenza contro i palestinesi si dividono in atti pianificati e atti improvvisati, nati da convinzioni radicate tra gli israeliani. La violenza, secondo lui, è spesso casuale e viene perpetrata senza scrupoli. La sua esperienza è solo «una piccola parte del quadro molto più grande di quello che sta succedendo adesso».

La reazione dei media è stata divergente: i media internazionali hanno fornito ampio risalto alla tragedia, mentre i media arabi e palestinesi hanno trattato il caso in maniera più blanda, evidenziando le difficoltà di libertà di stampa e paura di ritorsioni. Fahed lamenta la mancanza di una risposta collettiva della comunità palestinese, notando come la vita sia tornata rapidamente alla normalità a Hebron dopo l’incidente, senza proteste o scioperi.

Il padre conclude: «Ho la sensazione che la gente sia stata anestetizzata. Ma non è normale».

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