Controversia su corso di formazione per poliziotti: Vannacci al centro del dibattito
Roma, 9 settembre 2026 – La cattedra è durata lo spazio di un mattino. Giusto il tempo di capire che piazzare Roberto Vannacci a fare lezione ai poliziotti era un azzardo destinato a schiantarsi. Il pasticcio si consuma a Torino: il sindacato Fsp invita l’europarlamentare a parlare di “insicurezza urbana” il prossimo 18 settembre. Fin qui, ordinaria amministrazione. Se non fosse che la Questura, con una comunicazione ufficiale, trasforma l’evento in un corso di aggiornamento vero e proprio. Agenti esonerati dal servizio e saluti iniziali del questore, Massimo Gambino, come segnala la locandina. Apriti cielo, riporta Attuale.
Il Silp Cgil si mette di traverso: un politico dietro al microfono azzera i requisiti della formazione. “Ostracismo incomprensibile”, fa scudo la Fsp con Luca Pantanella, spalleggiato da altre quattro sigle. Vola qualche straccio, poi dal Viminale cala la scure. Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza azzera tutto con una mossa salomonica: l’incontro si farà, ma come normalissima assemblea sindacale. Niente crediti, poliziotti in borghese fuori orario e nessuna traccia del questore. Il Pd resta sulle barricate con tanto di interrogazione pronta al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per chiedere lumi, ma all’ora di pranzo la pratica è di fatto già chiusa.
E lui? A fregarsi le mani, nel mezzo del polverone, è proprio Vannacci. Purché se ne parli, va tutto bene. I sondaggi, d’altronde, gli danno ossigeno: l’ultima rilevazione di Antonio Noto per Porta a Porta lo piazza a un comodissimo 8%. Numeri che coprono persino il rumore sordo delle purghe interne. Come l’espulsione di Luca Sforzini, militante della prima ora fatto fuori per aver denunciato una deriva “sempre più apertamente fascista”. La mannaia disciplinare del generale non ha fatto sconti, nel nome dei proverbiali “anticorpi contro il sabotaggio”. Graziato, invece, l’industriale Stefano Ruvolo. Che poi è il padrone di casa della sede romana del partito: cacciarlo sarebbe stato, quantomeno, autolesionistico.
Il vero ingombro di Vannacci, però, si misura altrove. La maggioranza studia come disinnescarlo incrociando i calendari: urne in primavera o in autunno? Lega e Forza Italia prendono tempo, e ora pure a Palazzo Chigi si fa largo il dubbio. Con il Quirinale che si sfila dalle beghe tattiche, tutto ruota attorno ai conti. Se il 22 settembre l’Istat fisserà il deficit sotto il 3%, certificando praticamente l’uscita dalla procedura d’infrazione, il governo avrà in mano il tesoretto per una manovra espansiva. La prima, vera, da spendere in campagna elettorale. Ma in via della Scrofa hanno il pallottoliere in mano: per far sentire i benefici reali nelle tasche degli italiani servirà aspettare giugno. L’autunno, insomma, resta l’approdo più sicuro.
A Vannacci fischiano le orecchie, ma non tremano i polsi: “Senza di noi la destra non arriva al 42%”. E avverte: “I nostri voti non sono pacchi postali da ritirare all’ultimo minuto ma italiani che pretendono una destra che faccia la destra”. Giorgia Meloni alza il muro, ma prende tempo: in ballo ci sono esecutivo e Colle. Mentre i vertici frenano, la base freme. Il 45% del centrodestra lo vorrebbe in coalizione. I forzisti storcono il naso (61% di no), ma in casa FdI un elettore su due è pronto ad aprirgli la porta. E nella Lega? Il 36% dice sì, il 41% è indeciso. Una prateria potenziale.
La resa dei conti ha una data e un luogo: 27 e 28 settembre, elezioni suppletive a Reggio Calabria. È lì che si vedrà se il generale è in grado di azzoppare il governo persino nelle sue roccaforti. Se il blitz va in porto, il suo potere di ricatto diventerà assoluto. Lui profetizza: “Reggio Calabria sarà la nostra Sassonia”.