Intervista a Daniel Noboa Azin, Presidente dell’Ecuador, durante la sua visita in Italia
Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa Azin, appena rieletto con un significativo margine sulla candidata di sinistra, condivide la sua storia personale con orgoglio, sottolineando le sue origini veneziane, “da parte di mamma”, e l’eredità italiana dei suoi due figli. Tuttavia, il tono si fa serio quando avverte che il suo Paese è attualmente in guerra, affrontando un “sanguinoso conflitto interno” di cui anche l’Europa deve occuparsi. “Non vogliamo nulla di regalato. Chiediamo cooperazione internazionale, poiché credere sia solo un problema locale è un errore. Questi gruppi terroristici operano anche in Europa, Stati Uniti e Medio Oriente. La droga che parte dall’Ecuador raggiunge per il 40% gli Stati Uniti e per il 40% l’Unione Europea”, riporta Attuale.
Quali forme di aiuto sono richieste?
«Richiediamo cooperazione tra le autorità portuali e monitoraggio dei movimenti di denaro. Questi non sono gruppi comuni; gestiscono soldi, armi e droga in vari Paesi».
Parlando di terrorismo…
«Ci sono oltre 50.000 uomini e donne armati che diffondono terrore. Attaccano comunità e villaggi, cercando di imporsi sul territorio e nelle prigioni, creando un potere parallelo rispetto allo Stato. Questo corrisponde alla definizione di terrorista».
Si aspettava una presenza militare dall’UE in Ecuador?
«Sì, sarebbe vitale per il controllo del narcotraffico marittimo e dello sfruttamento minerario illegale».
Bruxelles ha risposto a queste richieste?
«La NATO ha aumentato il budget per la sicurezza, parte del quale è destinato alla lotta contro il crimine transnazionale».
È vero che è in fase di costruzione una base statunitense?
«Una base esisteva già, ma fu vietata dalla Costituzione nel 2008. Ora, un emendamento costituzionale è passato e chiederemo un referendum per sapere se la popolazione vuole il ritorno della base a Manta».
Pensa che questo possa fare la differenza?
«Sì, credo che sarà importante».
Che tipo di aiuto sta ricevendo da Erik Prince?
«Erik Prince offre consulenze esterne, non operate. Ha esperienza in vari contesti di violenza e ci assiste con le nostre forze di sicurezza».
Perché estradare “Fito”, un narcoboss ricercato, negli Stati Uniti?
«Estradiamo “Fito” e Carlos Alvarez, catturato a Dubai, perché il sistema penitenziario americano è molto forte. Se possono portare via detenuti così pericolosi, è meglio per noi».
Che aspettative ha per l’Italia dopo l’incontro con Giorgia Meloni?
«Desidero rafforzare le relazioni diplomatiche, commerciali e personali con una presidente del Consiglio pragmatica, condividendo valori importanti. Siamo entusiasti della cooperazione con l’Italia e dell’attenzione riservata ai nostri migranti».
È possibile una cooperazione militare concreta?
«Non è necessaria una presenza militare; la tecnologia di difesa, know-how e l’esperienza italiana possono essere molto utili».
Inoltre, ha parlato con il procuratore antimafia, Giovanni Melillo?
«La collaborazione con i giudici italiani è fondamentale. Ci assiste nel disarticolare attività illecite sia nelle carceri che all’esterno e nel comprendere i gruppi transnazionali. La riforma delle leggi sulla sicurezza e quella anti-mafia sono simili; stiamo imparando molto dall’Italia».
Qual è la situazione in Ecuador rispetto alla violenza?
«L’Ecuador era un Paese molto pacifico in passato, ma ora il tasso di violenza è tra i più alti al mondo. Forse erano pace concordata, spostando il problema nel tempo. Adesso vediamo i risultati di quella “pace concordata”. I tassi di omicidi erano elevati dieci-quindici anni fa, e ora stiamo classificando correttamente le morti violente».
Non pensa che ci siano similitudini con l’approccio del Salvador nella lotta alla violenza?
«Non consideriamo Nayib Bukele un modello. Il nostro approccio è diverso; rispettiamo la separazione dei poteri, la Costituzione e la democrazia. Stiamo vivendo una crescita economica significativa, che sarà oltre il 3,5% quest’anno, creando maggiori opportunità per i giovani e contribuendo alla riduzione della violenza».
Sara Gandolfi cura la newsletter Mondo Capovolto, cronache e storie dal Global South. È gratuita, per iscriversi cliccare qui.