Donald Trump dà il via all’attacco contro l’Iran
Il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di iniziare una guerra contro l’Iran a fine febbraio 2026, secondo un’inchiesta dettagliata pubblicata dal New York Times. L’articolo, firmato dai giornalisti Jonathan Swan e Maggie Haberman, descrive anche la limitata opposizione interna all’amministrazione Trump riguardo alla decisione di bombardare l’Iran, riporta Attuale.
Il pezzo analizza le dinamiche di una riunione cruciale avvenuta l’11 febbraio nella Situation Room della Casa Bianca, dove il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sollecitato Trump ad avviare le operazioni belliche suggerendo quattro obiettivi ambiziosi:
- L’uccisione della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei;
- La distruzione delle capacità militari iraniane;
- La promozione di una rivolta popolare contro il regime;
- La caduta del regime teocratico e l’instaurazione di un governo secolare.
Durante l’incontro, gli alti funzionari americani, inclusi il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno manifestato scetticismo riguardo alla fattibilità degli obiettivi proposti. Il direttore della CIA, John Ratcliffe, ha descritto le richieste come “ridicole”, mentre Rubio le ha liquidate come “cazzate”. Solo il primo obiettivo, l’uccisione di Khamenei, è stato raggiunto nelle prime ore del conflitto.
Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, ha sottolineato che gli obiettivi di Netanyahu rappresentavano un tipico “modus operandi” israeliano, caratterizzato da promesse ottimistiche e da piani poco sviluppati. Nonostante le riserve, l’amministrazione Trump ha mostrato una mancanza di opposizione decisiva alla guerra, e Trump ha già manifestato un certo entusiasmo per l’idea di intraprendere azioni militari, influenzato dalla recente cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro.
Il vicepresidente J.D. Vance, originariamente contrario alla guerra, ha modificato la sua posizione durante le discussioni finali, dichiarando di supportare Trump in caso di decisione finale. Al contempo, Steven Cheung, responsabile delle comunicazioni esterne della Casa Bianca, ha espresso preoccupazioni riguardo alla popolarità di un intervento militare, ricordando che molti elettori avevano scelto Trump in parte per la sua opposizione a ulteriori conflitti all’estero.
Il panorama politico all’interno dell’amministrazione è stato segnato da ambiguità: il generale Caine non ha mai esplicitamente criticato la guerra, e le sue argomentazioni sembravano spesso contraddirsi. Sebbene ci fosse consapevolezza delle possibili difficoltà, nessuna voce forte si è levata contro l’intervento, e Trump ha concluso l’ultima riunione prima dell’attacco affermando: “Penso che dobbiamo farlo”.
All’epoca delle discussioni, i negoziati tra Iran e Stati Uniti, avvenuti a Ginevra, sono stati descritti in modo più complesso di quanto l’amministrazione avesse riconosciuto, suggerendo che ci sarebbero state difficoltà ma anche opportunità di dialogo a lungo termine. La decisione finale di Trump è stata comunicata via messaggio, approvando l’operazione “Epic Fury” e impartendo ordini per l’attacco, che è avvenuto il giorno successivo.