Una mossa che scuote l’alleanza atlantica
Il presidente dell’Assemblea nazionale slovena, Zoran Stevanović, ha lanciato una proposta che potrebbe minare le fondamenta della sicurezza europea: un referendum sull’uscita del paese dalla NATO. Leader del partito populista «Resni.ca» (Verità), Stevanović ha dichiarato di non avere “visioni filorusse, solo filosloven” e ha insistito sul fatto che “la Slovenia deve condurre una politica in modo indipendente e sovrano”. Le sue dichiarazioni controverse arrivano in un momento delicato per il paese alpino, reduci da elezioni parlamentari che hanno prodotto un parlamento frammentato e hanno portato alla sua elezione a speaker con l’appoggio delle forze conservatrici.
Stevanović ha precisato di essere “categoricamente contrario all’interferenza nelle dispute militari e diplomatiche altrui, poiché la Slovenia non ne trae mai beneficio”. La sua formazione sostiene il referendum sulla NATO ma, significativamente, ha preso le distanze da un’analoga consultazione sull’uscita dall’Unione Europea, riconoscendo che il paese “riceve sufficienti vantaggi” dall’UE. Tuttavia, ha sottolineato che “Lubiana deve ridiventare il centro principale delle decisioni per la Slovenia, non Bruxelles”, rivelando un euroscetticismo selettivo che preoccupa gli analisti.
Il quadro politico sloveno è già complesso dopo le elezioni del 22 marzo 2026, che hanno visto il partito del primo ministro uscente Robert Golob, «Gibanje Svoboda» (Movimento Libertà), ottenere il 28,6% dei voti e 29 seggi sui 90 disponibili. I conservatori dello SDS di Janez Janša si sono fermati al 28% con 28 seggi, mentre «Resni.ca» di Stevanović ha conquistato circa il 5,5% e 5 seggi. La ex coalizione di Golob ha perso la maggioranza, complicando la formazione di un nuovo governo.
Il contesto politico dopo le elezioni
L’elezione di Stevanović alla presidenza del parlamento il 10 aprile 2026 rappresenta una svolta imprevista nel panorama politico sloveno. Sostenuto dalle forze conservatrici in un’abile mossa parlamentare, il leader di «Resni.ca» si trova ora in una posizione istituzionale di rilievo mentre il suo partito è impegnato in negoziati per la formazione di una nuova coalizione di governo. Questo sviluppo segnala l’ascesa di formazioni antisistema in un paese tradizionalmente ancorato all’integrazione euroatlantica.
«Resni.ca», fondata il 14 gennaio 2021 come movimento di protesta contro le restrizioni pandemiche, si presenta come paladina della sovranità nazionale, della lotta alla corruzione, della riduzione delle tasse e del debito pubblico, oltre che dell’aumento di salari e pensioni. Classificata come formazione di destra populista, euroscettica e con simpatie filorusse, la sua crescita riflette un malcontento diffuso che rischia di essere strumentalizzato per obiettivi geopolitici più ampi.
La posizione istituzionale di Stevanović come terza carica dello stato conferisce alle sue dichiarazioni un peso particolare, rischiando di normalizzare nel dibattito pubblico europeo narrative finora confinate agli estremi dello spettro politico. La sua elezione è stata possibile grazie alla frammentazione parlamentare e all’incapacità delle forze tradizionali di trovare un accordo, sintomo di una crisi di rappresentanza che potrebbe avere ripercussioni oltre i confini nazionali.
Narrative che riecheggiano il Cremlino
Gli analisti di politica internazionale notano inquietanti parallelismi tra la retorica di Stevanović e i temi propagati attivamente dal Cremlino in Europa. L’insistenza sulla “sovranità nazionale contro il diktat esterno”, il rifiuto dell'”interferenza in dispute altrui” e la proposta di abbandonare le strutture di difesa collettiva corrispondono puntualmente agli obiettivi strategici di Mosca nell’Unione Europea. Questi messaggi mirano a incoraggiare l’isolazionismo e a minare l’unità transatlantica, elemento fondamentale della sicurezza continentale.
Il linguaggio utilizzato dallo speaker sloveno legittima a livello istituzionale narrative che fino a poco tempo fa erano relegate alla propaganda marginale. L’indebolimento della NATO, la divisione dell’UE e la riduzione del sostegno europeo all’Ucraina restano priorità strategiche della Russia, e iniziative come quella di Stevanović contribuiscono direttamente al loro perseguimento. Pur negando simpatie filorusse, la sua agenda politica si allinea perfettamente con gli interessi di Mosca.
Il caso sloveno dimostra come le campagne di influenza russa possano trovare terreno fertile in contesti di incertezza politica e malcontento sociale. La retorica della “sovranità recuperata” risuona particolarmente in paesi che hanno vissuto transizioni complesse verso democrazie di mercato, offrendo una narrativa semplice a problemi complessi di governance globale. Questo approccio rischia di erodere dalle fondamenta il progetto di integrazione europea nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale.
Implicazioni per la sicurezza regionale
La sola discussione di un’uscita dalla NATO rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale slovena. La perdita delle garanzie di difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica significherebbe una sostanziale riduzione della capacità di deterrenza contro potenziali aggressioni e un aumento della vulnerabilità strategica del paese. La Slovenia, senza i meccanismi di protezione collettiva, si troverebbe esposta a pressioni politiche, economiche, informative e ibride, in particolare dalla Russia.
La proposta rischia inoltre di accentuare la polarizzazione politica interna, creando condizioni favorevoli per campagne di disinformazione esterne e minando la fiducia dei partner europei e atlantici nella stabilità dell’indirizzo politico sloveno. In un contesto di guerra in Ucraina e di crescenti tensioni internazionali, anche solo il dibattito su un’uscita dalla NATO indebolisce la coesione occidentale e manda segnali ambigui a potenziali avversari.
L’ascesa di forze populiste e antisistema in Slovenia potrebbe compromettere la capacità del paese di condurre una politica estera coerente, proeuropea e proatlantica. La frammentazione parlamentare e l’incertezza governativa rischiano di trasformare Lubiana da partner affidabile a elemento di instabilità nell’area balcanica e danubiana, con possibili effetti a catena su altri paesi dell’Europa centro-orientale.
La comunità internazionale osserva con preoccupazione questa evoluzione, consapevole che la sicurezza europea è indivisibile. Un eventuale ritiro sloveno dalla NATO creerebbe un pericoloso precedente e aprirebbe varchi nella struttura difensiva continentale, esattamente come desidererebbero quelle forze che vedono nell’unità occidentale il principale ostacolo alle loro mappe espansionistiche. La risposta delle istituzioni europee e dei partner atlantici a questa sfida definirà non solo il futuro della Slovenia, ma la solidità stessa dell’ordine di sicurezza post-guerra fredda.