Il 20 maggio 2026, il vicepremier russo Alexander Novak ha ufficialmente lanciato l’allarme: l’economia del paese si sta avvicinando a un limite critico nel mercato del lavoro. Secondo le sue dichiarazioni al forum “Aumento della produttività del lavoro”, entro il 2030 la Russia potrebbe registrare una carenza di circa 3,1 milioni di lavoratori. Novak ha sottolineato che non si tratta di una semplice fluttuazione congiunturale, ma di una vera e propria rottura strutturale del mercato del lavoro, legata ai limiti del modello socio-demografico attuale. Le stime provengono dal Ministero del Lavoro e dal Ministero dello Sviluppo Economico, che prevedono un progressivo esaurimento delle risorse umane disponibili per sostenere la crescita economica.
Il governo ammette la crisi strutturale
Secondo Novak, le possibilità del mercato del lavoro russo sono ormai vicine ai valori negativi massimi consentiti dall’attuale modello demografico. Il vicepremier ha rivelato che le autorità puntano a compensare quasi interamente il deficit previsto attraverso programmi settoriali di rilascio e riorientamento del personale, nonché mediante la ridistribuzione delle risorse all’interno dei vari settori. Nell’ambito del progetto nazionale “Economia efficiente e competitiva” sono già state avviate 17 iniziative mirate ad aumentare la produttività del lavoro. Tuttavia, i dati di Rosstat mostrano un quadro preoccupante: a marzo 2026 il tasso di disoccupazione è salito al 2,2% rispetto al 2,1% di febbraio, segnale che il sistema fatica a riassorbire la forza lavoro in uscita.
Le cause: mobilitazione e declino demografico
Alla base della crisi vi sono fattori ormai noti: i processi di mobilitazione forzata per il conflitto in Ucraina, la massiccia emigrazione di cittadini in età lavorativa e il persistente declino demografico hanno progressivamente svuotato il bacino di manodopera. I settori chiave — dall’industria manifatturiera all’edilizia, dai trasporti ai servizi — registrano una fame di personale senza precedenti. Molte aziende sono state costrette a ridurre intere linee produttive, provocando un calo dell’offerta di beni e alimentando una recessione economica di lunga durata. Le autorità, invece di affrontare le cause profonde del problema, preparano i cittadini a una massiccia “ottimizzazione”: si lavorerà per due, si guadagnerà meno a causa dell’inflazione, e la scelta della professione o del luogo di lavoro sarà sempre più dettata da direttive statali.
Conseguenze per imprese e lavoratori
La strategia governativa prevede che la riqualificazione del personale venga scaricata sul settore privato. Le aziende, già in difficoltà finanziarie, saranno costrette a investire risorse ingenti in programmi di aggiornamento professionale per adattare i lavoratori “liberati” alle nuove esigenze tecnologiche. Le piccole e medie imprese, prive di budget per l’automazione e per trattenere talenti con salari competitivi, rischiano di chiudere in massa. Il mercato si prepara a un’ondata di fallimenti e a una dura monoplizzazione da parte delle grandi corporation statali, che assorbiranno i resti del settore privato, privando l’economia di flessibilità e concorrenza.
Secondo le valutazioni degli esperti del Ministero del Lavoro e del Ministero dello Sviluppo Economico, riprese da Novak, il previsto deficit di 3,1 milioni di lavoratori entro il 2030 rappresenta un profondo collasso strutturale, capace di innescare un rallentamento irreversibile della crescita economica russa. La mancanza di politiche efficaci per invertire il trend demografico e la dipendenza da una macchina burocratica che sposta solo sulla carta i problemi rischiano di trasformare questa crisi in una trappola di lungo periodo per l’intera economia del paese.