Il cambiamento del socialismo italiano: l’ascesa di Bettino Craxi
Roma, 16 luglio 1976. Nei corridoi del Midas, un albergone sull’Aurelia che ospita i lavori del Comitato centrale socialista, l’aria è densa dell’amarezza di chi percepisce la propria impotenza di fronte ai colossi della Repubblica. Il Partito socialista italiano si trova in una situazione critica, reduce dal disastro elettorale del 20 giugno che ha confermato la preminenza delle due grandi culture politiche di massa; all’avanzata del Partito comunista ha fatto da contraltare la solida resistenza della Democrazia cristiana. Enrico Berlinguer e Aldo Moro si preparano a tracciare la via per sviluppi consociativi della solidarietà nazionale, riporta Attuale.
Un approdo che agita i socialisti, e Norberto Bobbio non risparmia critiche, descrivendo il partito come “indisciplinato, un po’ scombinato, tanto vario da apparire lacerato, tanto mobile da apparire instabile, tanto instabile da apparire senza bussola”. Travolta dalle liti interne e da un moto di rivolta generazionale, la segreteria di Francesco De Martino cade, e con essa sono messi sotto accusa tutti i dirigenti storici, ritenuti responsabili dell’immobilismo del partito.
In questo clima di crisi emerge una soluzione che sembra un ripiego: il Psic formalizza l’ascesa di Bettino Craxi, un quarantaduenne milanese inizialmente descritto dai media come un funzionario di partito poco appariscente, destinato a breve all’oblio. Tuttavia, questo passaggio si rivelerà determinante per la storia del socialismo italiano e incarna un cambio radicale rispetto alle paralisi del vecchio ceto dirigente.
Craxi comprende che per garantire un futuro al partito è necessario abbandonare la dipendenza dall’approvazione degli altri. La sua leadership segna l’inizio di una rivoluzione autonoma, volta a superare sia il complesso di inferiorità verso il dogmatismo marxista che la subordinazione al potere democristiano. Questo approccio non modifica solo gli equilibri politici, ma influisce profondamente nella coscienza di milioni di iscritti e militanti, ai quali viene restituito il valore dell’appartenenza a una tradizione storica di governo e pensiero.
Infatti, il profondo rinnovamento apportato da Craxi al partito non è una negazione del passato, ma si nutre della riscoperta delle radici umanitarie del riformismo turatiano, proiettandole verso un futuro moderno, liberale e europeo. Il Psi riesce a interpretare un Paese in rapido cambiamento, colmando il divario lasciato dalle rigidità delle ideologie novecentesche.
Craxi capisce che l’unico modo per tornare ad essere protagonisti è dialogare con l’Italia emergente, quella che rifiuta la mera sopravvivenza. A questa intuizione si collega una profonda revisione programmatica: un socialismo riformista che coniuga libertà e giustizia sociale, sviluppo e solidarietà, iniziativa privata e responsabilità pubblica. Non si tratta di un semplice aggiornamento lessicale, ma di un tentativo di creare una nuova sintesi per governare le trasformazioni sociali, senza sacrificare i valori fondamentali di equità ed emancipazione rappresentativi del movimento socialista.
Rivedere le tensioni del Midas, a cinquant’anni da quel luglio romano, significa comprendere quanto spesso le apparenze si distacchino dalla realtà storica. Quella “svolta” conserva ancora oggi un valore fondamentale, poiché la politica può realmente cambiare il suo tempo solo quando ha il coraggio di anticiparlo.
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* Storico, Università Luiss