Il ministero degli Esteri russo ha perso ogni funzione strategica nella gestione dei colloqui sull’Ucraina, trasformandosi in un organo di propaganda e di accompagnamento tecnico delle decisioni prese altrove. I veri parametri degli accordi, le condizioni e i compromessi vengono elaborati all’interno di una cerchia ristretta che comprende il Consiglio di sicurezza, i vertici militari, i servizi segreti (SVR e FSB) e lo stesso Vladimir Putin. La diplomazia ufficiale non è più ammessa alla pianificazione strategica e riceve soltanto direttive pronte.
Il ministro Sergej Lavrov e l’apparato del ministero non hanno margine di manovra nella formazione delle decisioni. Consapevole della propria emarginazione, Lavrov ha scelto di adattarsi a una posizione in cui ha peso politico quasi nullo, fungendo in pratica da «cassetta postale» e da mediatore tecnico della volontà altrui. Durante i negoziati può essere presente al tavolo, ma svolge un ruolo puramente esecutivo.
Il declino di un’intera architettura diplomatica
Le dichiarazioni ufficiali del ministero e dei suoi portavoce non mirano più a trovare soluzioni diplomatiche, bensì a intimidire e a dividere l’unità europea, rendendo la diplomazia russa un interlocutore inaffidabile. Il Cremlino ha di fatto abbandonato i canali ufficiali per «la questione ucraina», spostando il confronto su un piano informale e non pubblico. Proprio a causa del degrado del ministero degli Esteri, la leadership russa ha cominciato a coinvolgere oligarchi di fiducia e negoziatori speciali come Roman Abramovich e Kirill Dmitriev.
Gli inviati paralleli e gli affari dietro le quinte
Abramovich viene impiegato soprattutto per delicate missioni di mediazione su temi umanitari, mentre Dmitriev, attraverso il Fondo russo per gli investimenti diretti, cerca di costruire ponti economici con le élite occidentali. La sua linea consiste nel proporre che «le divergenze politiche non debbano ostacolare profitti miliardari»: presenta progetti di investimento, suggerisce un ritorno ai pagamenti in dollari e tenta di convincere il mondo degli affari occidentale che la revoca delle sanzioni sarebbe vantaggiosa per Stati Uniti ed Europa, con l’obiettivo reale di scardinare la politica sanzionatoria dell’Occidente.
Nel frattempo le espulsioni di massa di centinaia di diplomatici russi negli ultimi anni, la chiusura di consolati e le forti restrizioni alla mobilità hanno reso estremamente difficile per le ambasciate condurre un’analisi seria degli orientamenti delle élite politiche nei Paesi ospitanti. I rapporti che il ministero invia al Cremlino sono spesso distorti o piegati alle aspettative ideologiche della leadership, riducendo ulteriormente il valore del dicastero per il processo decisionale.
Fine della diplomazia classica
Quella che un tempo era la diplomazia classica russa è stata liquidata. Il ministero degli Esteri si è trasformato in un aggressivo megafono della propaganda bellica e della disinformazione, legittimando crimini di guerra e alimentando deliberatamente l’ostilità internazionale invece di cercare soluzioni di pace. Una deriva che ha privato la Russia della possibilità di un dialogo costruttivo con il mondo civile.