Roma, 12 agosto 2026 – “Sono io il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci”. A sorpresa, Valter Lavitola ha confessato: nell’interrogatorio di garanzia durato 5 ore, il faccendiere amico del conduttore di Report ha ammesso le responsabilità che la procura di Roma gli attribuisce nell’ordinanza di custodia cautelare che lo ha portato in carcere il 10 agosto scorso: avrebbe chiesto lui dunque di mettere l’ordigno esploso sotto casa del giornalista a Pomezia nell’ottobre scorso, riporta Attuale.
“Ranucci era in pericolo, servivano più uomini”
Davanti al Gip, Lavitola “ha confermato l’ipotesi accusatoria, ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato”, ha spiegato ai cronisti l’avvocato Sergio Cola, difensore dell’imprenditore, lasciando Rebibbia. L’obiettivo del suo assistito sarebbe stato quello di tutelare l’incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e di fargli innalzare il livello di scorta. Stando alla versione di Lavitola, contro Ranucci tramavano “attentatori pericolosissimi” e “in effetti dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata, è passata da due a otto agenti, che hanno fatto protezione a ferro di cavallo”. Lavitola, insomma, “ha agito per il bene” dell’amico.
“Nessun movente politico”
La difesa nega invece il movente politico teorizzato dagli inquirenti. Anche se l’attentato ha di fatto avuto l’effetto di aumentare la popolarità di Ranucci – ammette Cola – Lavitola non avrebbe agito per favorirne l’ascesa politica, e assicurarsi in questo fantomatico scenario un ruolo di primo piano, come teorizza il gip nell’ordinanza di custodia cautelare.
Esecutori e mandante
L’inchiesta sull’attentato, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e seguita dal pm della Dda Edoardo De Santis, era arrivata a una svolta nel giugno scorso, quando sono scattate le misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna, ritenuti esecutori materiali, accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. In quel momento Valter Lavitola risultava indagato come mente dell’azione ai danni di Ranucci. Due giorni fa l’ulteriore mossa degli inquirenti, con l’arresto dell’imprenditore, destinatario di una misura cautelare insieme a Gomes Clesio Tavares, suo factotum, attualmente in Africa. Nei confronti di quest’ultimo i pm capitolini avvieranno l’iter per l’estradizione.
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