Snaerós Sindradóttir, 34 anni, è una figura prominente nel panorama culturale islandese, essendo giornalista, docente universitaria e proprietaria di una delle gallerie d’arte più celebri di Reykjavík. Da un anno, Sindradóttir ricopre anche il ruolo di direttrice esecutiva del Movimento europeo, l’organizzazione che sostiene l’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. «Penso che la nostra sicurezza sarebbe molto meglio garantita se entrassimo nell’Unione», afferma al telefono dalla capitale islandese, riporta Attuale.
Il pareggio nei sondaggi
Attualmente, l’Islanda non fa parte del gruppo dei Paesi ufficialmente candidati a entrare nell’Unione Europea. I negoziati di adesione erano stati avviati nel 2009, ma la richiesta è stata ritirata unilateralmente nel 2015 dal governo islandese. Tuttavia, l’Islanda potrebbe rivisitare questa decisione presto. Il 29 agosto, infatti, il Paese si prepara a un referendum per decidere se riaprire i negoziati di adesione con la Commissione europea. Secondo un recente sondaggio condotto dal gruppo DV, i favorevoli all’adesione si attestano al 53% mentre i contrari sono al 47%, segnalando una situazione di sostanziale incertezza.
Il dibattito sull’adesione all’Unione Europea spacca l’opinione pubblica islandese. Anche in caso di vittoria del «sì», si tratterebbe solo di un primo passo, dato che l’eventuale adesione richiederebbe un ulteriore referendum.
Il ruolo di Donald Trump
Un fattore cruciale nella riscoperta della possibilità di adesione all’UE da parte dell’Islanda è stata la minaccia di annessione della Groenlandia da parte di Donald Trump. «Non è molto rassicurante il fatto che più volte il presidente americano, in apparenza confuso, abbia detto Islanda invece di Groenlandia», commenta Sindradóttir, che ha temporaneamente lasciato la sua galleria per guidare la campagna a favore del referendum.
Meno abitanti di Malta
Con una popolazione di appena 400 mila abitanti, l’Islanda sarebbe il Paese meno popoloso dell’UE. Attualmente, non dispone di un esercito e la sua sicurezza è garantita dalla NATO, di cui è tra i membri fondatori. A questo si aggiunge un accordo di difesa con gli Stati Uniti, che ha visto la presenza di basi militari vicino a Reykjavík fino al 2006. L’amministrazione Trump ha reso più incerta questa sicurezza, spingendo Sindradóttir a commentare: «Data la congiuntura geopolitica, sarebbe più saggio fare affidamento sui nostri veri alleati e amici in Europa».
La situazione strategica è ulteriormente complicata dalle crescenti tensioni con Mosca. «Le navi russe circolano numerose nella nostra zona economica e sappiamo che controllano le nostre infrastrutture», ha dichiarato la ministra degli Esteri islandese, Katrín Gunnarsdóttir.
L’Islanda è già strettamente legata all’UE: è parte dello spazio Schengen e dell’Area economica europea (EEA), il che le consente di mantenere la libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone con la maggior parte dei Paesi dell’Unione.
I vantaggi di un’adesione
I sostenitori dell’adesione all’UE evidenziano principalmente i benefici economici. «Essere fuori dall’euro ci costa troppo in termini di inflazione e alti tassi di interesse», spiega Pawel Bartoszek, presidente della Commissione esteri del Parlamento. «Attualmente, la nostra moneta, la króna, è instabile, costringendoci a pagare prezzi alimentari tre volte superiori alla media europea», aggiunge Gunnarsdóttir.
Coloro che si oppongono all’adesione sollevano preoccupazioni sulla perdita di autonomia, argomentando che l’adesione significherebbe cedere il controllo su leggi e regolamenti. Haraldur Ólafsson, presidente di Heimssyn, afferma: «Se fossimo membri dell’UE, daremmo il potere a qualcuno di fissare regole che non potremmo controllare». Ragnar Grímsson, ex presidente della Repubblica, evidenzia che il numero limitato di dipendenti pubblici nei ministeri chiave renderebbe difficile far sentire la voce dell’Islanda rispetto agli interessi decisionali europei.
La pesca come punto cruciale
Nonostante i potenziali vantaggi di un’adesione all’UE, un tema scottante rimane la questione della pesca, un settore cruciale che rappresenta il 40% delle esportazioni islandesi. Questo aspetto è stato alla base del fallimento delle trattative nel 2013, e l’Islanda non è disposta a rinunciare al controllo delle sue zone di pesca. «Siamo una superpotenza nella pesca — ha avvertito Gunnarsdóttir — e l’UE deve tenerne conto. Se non lo fa, sarà molto difficile per noi negoziare».