La radice del populismo nell’Unione Europea: una questione di legittimità e responsabilità
L’antieuropeismo non è un corpo estraneo all’Unione Europea, ma rappresenta in parte un suo figlio politico. Con il cambiamento della percezione di Bruxelles, da luogo di scelta a ufficio di certificazione, la protesta ha spostato il proprio bersaglio dal governo delle politiche al sistema stesso. La tecnocrazia ha decretato l’assenza di alternative, dando vita a una narrativa populista che propone un solo popolo e un unico leader in grado di rappresentarlo, riporta Attuale.
Per decenni, l’integrazione europea si è basata su un “consenso permissivo”, in cui pace, prosperità e libertà di movimento legittimavano l’Unione. Fritz Scharpf ha diversificato fra una legittimità interna, prodotta dalla volontà dei cittadini, e una legittimità esterna, affidata all’efficacia. L’Unione ha sempre eccelso nella seconda, governando per gli europei più di quanto fosse governata da essi.
Quando la crisi finanziaria del 2008 e quella dei debiti sovrani hanno reso evidente l’asimmetria esistente, l’attenzione è stata attirata su termini come parametri, spread e riforme strutturali, entrati nel lessico quotidiano senza mai scatenare una vera contesa europea. Vivien Schmidt ha descritto quell’epoca come una governance basata sulle regole e condotta through i numeri, con decisioni governative sottoscritte a Bruxelles, attribuite poi ai burocrati quando tornano nei rispettivi Paesi.
La risposta dell’Unione alla crisi dell’euro ha sottolineato la robustezza e, al contempo, il paradosso del sistema. Il 26 luglio 2012, Mario Draghi dichiarò il suo famoso “whatever it takes”, restituendo così credibilità all’euro in un momento in cui i governi faticavano a farlo. Sebbene questa affermazione fosse cruciale, il fatto che provenga da un banchiere centrale non eletto ha messo in evidenza la fragilità politica dell’Unione: l’euro ha trovato un sovrano d’emergenza, ma non un popolo democratico.
Tecnocrazia e populismo, pur apparendo come antagonisti, hanno una parentela segreta: entrambi diffidano della mediazione politica e del pluralismo. Riportano l’idea che esista una soluzione competente priva di conflitti o, nella visione populista, una volontà autentica del popolo da proteggere. Questo scenario ha portato a una negazione delle alternative, dove l’opposizione si organizza contro l’Unione stessa, trasformando l’euroscetticismo da una contestazione politica in un rifiuto dell’Europa nel suo insieme.
All’interno di questo contesto, il ceto medio impoverito, i lavoratori privi di rappresentanza e le periferie vulnerabili hanno percepito scelte lontane, lontane dalla loro realtà. La narrativa della destra reazionaria e dei movimenti populisti ha semplificato le complessità in un racconto in cui l’Europa protegge le élite e penalizza i popoli. Questo ha portato a una rivolta contro l’Unione, trasformando una crisi di protezione democratica in un rifiuto generale dell’istituzione.
Il populismo sovranista, tuttavia, contiene una contraddizione intrinseca: promette protezione riducendo la scala del potere, ma i rischi richiedono una scala sempre più ampia. Questioni come il capitale, le piattaforme digitali e le migrazioni non sono contenibili entro le frontiere nazionali. Un ritorno totale allo Stato nazionale avrebbe come conseguenza l’assoggettamento a potenze e oligopoli che superano gli attuali confini nazionali.
Negli ultimi anni, l’Unione ha dimostrato la sua capacità di adattarsi, mobilitando fino a 723,8 miliardi di euro per prestiti e sovvenzioni durante la pandemia, finanziando riforme e investimenti con mezzi fino a quel momento impensabili. Questo approccio ha trasformato il rischio condiviso in debito e investimenti comuni.
La nuova governance economica introdotta nel 2024 cerca di superare l’antica rigidità tramite piani nazionali pluriennali legati a riforme e investimenti, un passo necessario per migliorare la legittimità dell’Unione. Tuttavia, la sofisticazione delle regole non è sufficiente per risolvere le problematiche legate alla legittimità.
Questione cruciale rimane la governance in materia di difesa, energia, industria e welfare, segnando i parametri per il futuro. Il piano Readiness 2030 prevede fino a 800 miliardi di spesa aggiuntiva per la difesa, attuando un cambiamento strategico verso una maggiore esigenza di potenza. Tuttavia, è importante chiarire che tale potenza deve esercitarsi all’interno di un quadro civile, non trasformarsi in un fortezza armata o un impero burocratico.
Jürgen Habermas ha avvisato che non esiste una vera alternativa a una democrazia sovranazionale che non sia un federalismo esecutivo, dove i governi e le istituzioni decidono senza il coinvolgimento dei cittadini. L’Europa politica ha bisogno di partiti realmente europei e un Parlamento in grado di incidere sulle risorse comuni, con responsabilità che non si perdano fra i capitali e Bruxelles. La necessità è non solo europeizzare le decisioni, ma anche la democrazia che le legittima.
Infine, la domanda di Europa non è scomparsa. Secondo l’Eurobarometro della primavera 2026, il 51% degli intervistati esprime fiducia nell’Unione e il 72% sente che il proprio Paese ha tratto beneficio dalla sua appartenenza. L’81% sostiene una politica comune di sicurezza e difesa, rivelando che quando l’Europa è percepita come una protezione di fronte a minacce che nessuno Stato può affrontare da solo, il consenso ritorna a crescere.
La vera alternativa non è tra tecnocrazia europea e sovranismo nazionale, ma tra un’Europa che gestisce i vincoli e un’Europa che produce sovranità democratica. Se rimarrà un mercato per i vincitori e una disciplina per i perdenti, continuerà a generare nuovi nemici. Una governance efficace su globalizzazione, sicurezza, energia e welfare, sotto il controllo dei cittadini, ha il potenziale di ricostruire il patto liberale. Solo con regole riconosciute come proprie e un potere in grado di farle rispettare, l’Europa potrà effettivamente diventare un’entità democratica vivente.