Il Futuro della Terza Via: Riflessioni Sulla Crisi e Sulle Possibili Risposte
Roma, 12 luglio 2026 – La Terza via non è fallita nel senso sbrigativo con cui oggi la liquidano i suoi avversari. Ha esaurito la sua funzione storica: aveva vinto dentro un mondo che, a un certo punto, è finito. L’errore dei suoi protagonisti fu scambiare un equilibrio irripetibile per un approdo definitivo: la fine della storia. Ma, per quasi vent’anni, l’Occidente credette davvero che democrazia liberale, mercati aperti, innovazione e protezione sociale potessero avanzare insieme. Non era una favola, ma un patto reso possibile dal momento unipolare americano, dal dividendo della pace e dall’espansione del commercio mondiale, riporta Attuale.
Bill Clinton, Tony Blair e Anthony Giddens, con i loro seguaci, tradussero quella stagione in una formula: accettare il mercato senza consegnare ad esso l’intera società; sostituire allo Stato proprietario uno Stato regolatore e investitore; affiancare alla disciplina dei conti formazione, occupazione flessibile e inclusione. Avevano compreso che la socialdemocrazia industriale non poteva essere restaurata e che la crescita era condizione della redistribuzione.
I risultati non possono essere rimossi. Tra il 1990 e il 2008 il commercio passò dal 38,1 al 60,7% del Pil globale. La Banca mondiale stima che le persone in povertà estrema siano diminuite da circa 2,3 miliardi nel 1990 a 847 milioni nel 2024. Non fu merito esclusivo della Terza via, ma appartiene allo stesso ordine storico: un mondo più aperto e capace di sottrarre al sottosviluppo una parte enorme dell’umanità.
La contraddizione, però, era già dentro il successo. La globalizzazione riduceva le distanze fra gli Stati, ma ampliava le fratture dentro le società occidentali. Mentre “salivano” le classi medie asiatiche e i vertici cosmopoliti, territori industriali, lavori intermedi e ceti medi occidentali perdevano potere contrattuale, sicurezza e prestigio. Branko Milanovic ha descritto questa geografia asimmetrica dei vincitori e dei perdenti, mentre Dani Rodrik ne ha colto il limite istituzionale: globalizzazione profonda, sovranità nazionale e democrazia di massa non possono essere massimizzate insieme.
Nel 2008, però, con la grande crisi, la contraddizione divenne una frattura morale. Il sistema finanziario, presentato come razionale e autoregolato, sopravvisse solo grazie alla potenza pubblica; le banche furono salvate, mentre famiglie e lavoratori persero reddito, casa e fiducia. Nel 2009 il commercio mondiale crollò del 9,9% e le economie avanzate si contrassero del 3,4. In larga parte d’Europa, alla socializzazione delle perdite seguì il rigore. L’apertura, fino ad allora promessa di opportunità, cominciò ad apparire come esposizione al rischio senza protezione democratica.
Ma il ciclo politico della Terza via non finì nel 2008. Cominciò la sua sopravvivenza postuma, fino al tornante 2016-2018. Rimase nei governi, nelle istituzioni europee e nel linguaggio del centrosinistra: il ritorno della crescita avrebbe ricomposto la frattura sociale. Fu un interregno quasi gramsciano: il vecchio ordine non possedeva più egemonia, ma conservava il potere; il nuovo non aveva ancora forma, ma ne incubava già le passioni.
Le procedure democratiche restavano intatte, mentre lo spazio delle alternative si restringeva fra vincoli finanziari, tecnocrazie e decisioni percepite come sottratte al controllo popolare. Era il paesaggio della post-democrazia descritto da Colin Crouch: la democrazia continuava a funzionare nelle forme, ma perdeva sostanza, partecipazione e capacità di scelta. Fu in questa zona grigia che maturarono i populismi anti-sistema e le nuove destre reazionarie.
L’economia tornò lentamente a crescere, ma il patto politico non tornò. La ripresa rimise in moto produzione e occupazione, ma non ricostruì appartenenza e fiducia. L’Ocse avrebbe poi certificato il disagio dei ceti medi: redditi cresciuti meno di quelli alti, costi della casa più rapidi dei salari, lavori intermedi esposti all’automazione. Nello scarto fra le statistiche della ripresa e l’esperienza quotidiana dell’insicurezza maturò la reazione. La politica moderata continuava a chiedere adattamento: molti elettori sentivano di averne già sopportati troppi.
Tra il 2016 e il 2018 l’incubazione divenne rottura: la Brexit e l’elezione di Donald Trump, l’ingresso dell’AfD nel Bundestag, l’affermazione italiana di Movimento 5 Stelle e Lega. Fenomeni differenti, ma accomunati dalla contestazione delle élite, delle mediazioni e dei vincoli sovranazionali. Non tutti mettevano in discussione allo stesso modo l’ordine liberale, ma insieme segnalavano però il passaggio dalla protesta contro le politiche alla sfiducia verso la rappresentanza e i suoi contrappesi. La democrazia liberale cessava di essere soltanto il teatro del conflitto e ne diventava l’oggetto.
L’errore della Terza via, dunque, non fu di avere accettato il mercato, ma di averne sottovalutato la forza disgregatrice quando non è inscritto in istituzioni capaci di governarlo. Confuse talvolta la modernizzazione con la neutralizzazione del conflitto e trattò i perdenti come persone da riqualificare, più che come cittadini ai quali restituire potere, status e controllo sul proprio destino. Dopo il 2008 e, soprattutto, dopo il 2016-2018 la destra offrì e continua a offrire confini, identità e protezione; la sinistra oscillò e oscilla tra la nostalgia del centro globale e quella dello Stato redistributore e socialista novecentesco.
La Terza via va dunque superata, non rinnegata. E la nuova risposta deve conservare apertura, innovazione e responsabilità, aggiungendo ciò che ad essa mancò: sovranità democratica sui mercati, finanza regolata, salari in crescita, welfare emancipativo. Non il ritorno al mondo precedente, ma un nuovo liberalsocialismo capace di impedire che la domanda di sicurezza venga consegnata ai nemici della libertà.
3 – continua