La globalizzazione: un paradosso di crescita e divisione
La globalizzazione ha rivelato due aspetti distinti, entrambi concreti. Da un lato, è stata una delle forze più potenti di crescita e convergenza degli ultimi decenni, facilitando l’apertura di mercati, la connessione di economie lontane e accelerando scambi, investimenti e trasferimenti tecnologici, contribuendo significativamente a sollevare centinaia di milioni di persone dalla povertà. Dall’altro lato, ha creato una frattura sempre più profonda nelle società occidentali, inizialmente meno evidente, ma politicamente devastante nel tempo. Ha ridotto le distanze fra i Paesi, ma ha aumentato le disuguaglianze interne. Questo paradosso è un fenomeno che la Terza via non è riuscita a governare, riporta Attuale.
Il mondo si è arricchito nel complesso, ma molte aree dell’Occidente hanno iniziato a sentirsi impoverite e sostituibili. Il risentimento politico non nasce solo dalla miseria assoluta, ma dalla perdita relativa di status, dalla sensazione di affrontare una riduzione della propria posizione nel mondo mentre altri prosperano, celebrati come portatori di progresso inevitabile.
Branko Milanovic e Christoph Lakner hanno illustrato questa contraddizione con la nota “curva dell’elefante”. Tra la fine degli anni Ottanta e la crisi del 2008, i redditi delle classi medie nei Paesi emergenti, soprattutto in Asia, sono cresciuti, e circa 1,5 miliardi di persone sono uscite dalla povertà estrema tra il 1990 e il 2022. Al contempo, il reddito delle élite globali è aumentato notevolmente, come evidenziato da studi che mostrano come l’1% più ricco della popolazione ha catturato una quota di crescita doppia rispetto a quella ricevuta dalla metà più povera dell’umanità. Contrariamente, i redditi di una parte significativa della classe media e popolare delle economie avanzate sono rimasti stagnanti, con una diminuzione della quota di popolazione a reddito medio nell’area OCSE, scesa dal 64% al 61% tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Dieci.
Questa visione deve essere interpretata con cautela: non implica che l’Occidente nel suo complesso sia diventato più povero, anzi, né che la globalizzazione sia stata un errore storico. Piuttosto, i benefici di tale trasformazione si sono distribuiti in modo diseguale, con i costi gravanti su specifiche comunità e occupazioni. I vantaggi della globalizzazione si manifestano in forme spesso invisibili, come beni più accessibili e catene produttive più efficienti; le perdite, al contrario, si traducono in realtà concrete come fabbriche chiuse, salari stagnanti e una generale perdita di dignità lavorativa.
La questione economica si è quindi trasformata in una questione politica e culturale. Chi perde non subisce soltanto una diminuzione del reddito; subisce anche una diminuzione della sua collocazione simbolica. Il lavoro industriale del Novecento non era solo una fonte di guadagno, ma rappresentava appartenenza, riconoscimento e identità. La globalizzazione, insieme alla rivoluzione tecnologica, ha eroso quel mondo, creando una frattura sociale che le istituzioni liberaldemocratiche hanno a lungo ignorato.
Nel frattempo, si è consolidata un’altra figura storica: l’élite transnazionale, un gruppo altamente istruito e mobile, a proprio agio nell’economia globale e capace di muovere capitali, residenze e opportunità, mentre la forza lavoro rimaneva vincolata ai luoghi e ai sistemi fiscali. Mentre il capitale diventava sempre più libero, il lavoro risultava sempre più esposto.
Da questa situazione nasce la rivolta dei cosiddetti “perdenti relativi”. Non necessariamente i più poveri, ma le persone che si percepiscono come sacrificate da un ordine mondiale costruito altrove. È qui che maturano fenomeni come Brexit, l’elezione di Trump, e l’avanzata dei populismi e delle destre nazionaliste in Europa, segnalando la crescente diffidenza nei confronti delle élite e delle istituzioni sovranazionali. Gli individui avvertono che le classi dirigenti hanno globalizzato i profitti e territorializzato le perdite.
L’errore dell’ordine liberale non è stato semplicemente aprire il mondo. Liquidare tutto ciò come un semplice “neoliberismo” implica una visione ristretta basata sulle paure occidentali. L’errore è consistito nel credere che l’apertura potesse essere una politica in sé, anziché una condizione da governare. Ci si è illusi che i mercati avrebbero naturalmente creato coesione sociale, mentre la crescita avrebbe risolto autonomamente gli squilibri. La globalizzazione non governata ha lasciato una società più frammentata e nervosa, propensa a mobilitarsi contro un mondo aperto.
In conclusione, la lezione non è chiudere il mondo per preservare la democrazia, ma restituire alla democrazia il potere di governare un mondo aperto. Una democrazia liberale deve garantire non solo beni accessibili, ma anche status, lavoro dignitoso, mobilità sociale e sicurezza. Non deve permettere che le destre illiberali risolvano il conflitto tra vincitori e perdenti della globalizzazione con un semplice scambio di protezione in cambio di libertà.
La globalizzazione, quindi, non ha creato un eccesso di mondo, ma una mancanza di politica per governarlo, ed è in questo vuoto che risiede la crisi delle democrazie liberali.