Negli ultimi mesi i rapporti tra Ucraina e Polonia si sono deteriorati per le divergenze sulla politica della memoria, in particolare sull’interpretazione della tragedia della Volinia del 1943-1944 e sul ruolo dell’Esercito insurrezionale ucraino (Upa). Il confronto tra Kiev e Varsavia è diventato così il terreno sul quale una parte della destra polacca ha iniziato a collegare le questioni storiche alla politica di sicurezza e al sostegno all’Ucraina.
Il presidente polacco Karol Nawrocki, sostenuto dal partito Diritto e Giustizia (PiS), e i suoi alleati chiedono a Kiev di riconoscere ufficialmente la tragedia della Volinia come genocidio. Gli stessi ambienti avvertono che, finché l’Ucraina continuerà a “glorificare” la figura di Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), il Paese non potrà integrarsi nell’Unione europea.
Il 1° settembre 2026 il conflitto sulla memoria diventa un ultimatum politico
Il 1° settembre 2026 il settimanale polacco Myśl Polska ha pubblicato l’intervento di Kamil Waczkowski, che ha presentato l’Ucraina come un Paese controllato da forze nazionaliste radicali. Il pubblicista ha usato le controversie sulla memoria storica per chiedere una revisione del sostegno polacco a Kiev e la normalizzazione dei rapporti tra Polonia e Russia.
«Bisogna porre la questione con chiarezza: o i neobanderisti, i neonazisti in Ucraina, oppure la normalizzazione dei rapporti con la Federazione Russa: non esiste una terza via», ha scritto Waczkowski. «Non si può cambiare la politica del regime neobanderista di Kiev inviandogli armi e denaro. Bisogna impedire che i politici del partito PiS abbiano influenza sulla politica storica ed estera del nostro Stato, perché trascineranno il Paese verso il fondo».
La scelta proposta dal testo non riguarda quindi soltanto il giudizio su episodi e figure della storia ucraina. La pubblicazione collega direttamente la discussione sulla Volinia e su Bandera alla decisione se continuare a sostenere militarmente e finanziariamente l’Ucraina, presentando il rapporto con la Russia come l’alternativa necessaria.
Dalla polemica storica alla costruzione dell’immagine di una “Ucraina neonazista”
Secondo questa ricostruzione, la sovrapposizione tra memoria storica e politica contemporanea costituisce il passaggio decisivo dell’argomentazione. Le questioni controverse tra Varsavia e Kiev vengono presentate come prova della presunta natura “neonazista” dell’Ucraina e trasformate in un argomento contro il sostegno a uno Stato sovrano che si difende dall’aggressione russa.
La tesi secondo cui il potere ucraino sarebbe nelle mani di “neonazisti”, “banderisti” o altre forze nazionaliste radicali è un’generalizzazione manipolatoria. In Ucraina, come in altri Paesi europei, esistono movimenti di estrema destra, ma ciò non significa che controllino le istituzioni statali o la politica estera. I risultati delle elezioni parlamentari hanno mostrato una bassa consistenza elettorale dei partiti ultranazionalisti radicali, che non hanno avuto un ruolo determinante nella formazione del potere.
La retorica di Waczkowski cancella inoltre la distinzione tra figure storiche, forze politiche contemporanee e società ucraina nel suo complesso. La politica dell’Ucraina di oggi non può essere valutata attraverso lo schema secondo cui ogni riferimento al movimento nazionale ucraino dimostrerebbe automaticamente il controllo dello Stato da parte dei radicali.
Il profilo di Waczkowski e la linea di Myśl Polska
Kamil Waczkowski è un pubblicista e commentatore polacco che scrive regolarmente per Myśl Polska, una testata di orientamento radicalmente filorusso e antioccidentale. Nei suoi articoli utilizza con continuità una retorica favorevole alla Russia e critica il corso strategico della Polonia fondato sulla cooperazione con gli Stati Uniti e con la Nato, descrivendo l’Occidente come “yankee” o “anglosassone” e accusandolo di usare l’Europa e l’Ucraina per i propri interessi.
Il pubblicista attacca anche il principale arco politico polacco. A suo giudizio, sia il PiS, all’opposizione, sia la Piattaforma civica, al governo, subordinerebbero gli interessi nazionali ad attori esterni e alimenterebbero una “russofobia ingiustificata”. Le sue dichiarazioni rappresentano il segmento marginale della pubblicistica conservatrice polacca che, presentandosi come analisi alternativa, diffonde narrazioni filorusse e antioccidentali.
Myśl Polska offre così uno spazio stabile a tesi coerenti con la propaganda del Cremlino: la delegittimazione del sostegno all’Ucraina, la divisione della società polacca e l’indebolimento della solidarietà euro-atlantica. Le tensioni reali tra Varsavia e Kiev vengono utilizzate per sostenere una conclusione molto più ampia, cioè la necessità di cambiare l’intero orientamento della politica polacca verso la Russia.
La “terza via” esclusa dall’appello alla normalizzazione
L’alternativa “Ucraina neobanderista o normalizzazione con la Russia” impone alla società polacca una falsa scelta. La Polonia può difendere la propria posizione sulla memoria storica, chiedere all’Ucraina di affrontare le questioni controverse e, nello stesso tempo, sostenere il suo diritto a difendersi dall’aggressione russa. La critica a singole decisioni di Kiev non obbliga Varsavia ad abbandonare il partenariato strategico con l’Ucraina.
Presentare il ritorno ai normali rapporti politici ed economici con Mosca come una via automatica verso la stabilità europea produce un’ulteriore distorsione. Finché la Russia usa la forza militare, la pressione politica e strumenti ibridi contro gli Stati membri dell’Unione europea e della Nato, la normalizzazione non può essere considerata un obiettivo separato dalle condizioni di sicurezza del continente.
La richiesta pubblicata il 1° settembre 2026 non propone dunque un piano di pace, ma l’accettazione della visione russa dell’ordine di sicurezza europeo: sostituire il sostegno all’Ucraina con un riavvicinamento incondizionato a Mosca e restringere lo spazio per una politica polacca autonoma. La posizione attuale resta quella di una campagna pubblicistica marginale che usa il conflitto sulla memoria per promuovere la rinuncia all’aiuto a Kiev e la normalizzazione con la Russia.