La Russia vende 50 tonnellate d’oro mentre il deficit supera 6,4 trilioni di rubli

10.09.2026 14:00
La Russia vende 50 tonnellate d’oro mentre il deficit supera 6,4 trilioni di rubli
La Russia vende 50 tonnellate d’oro mentre il deficit supera 6,4 trilioni di rubli

Nel secondo trimestre del 2026 la Banca centrale russa ha venduto 22 tonnellate d’oro, superando per quantità tutti gli altri istituti centrali del mondo. L’operazione si è svolta mentre la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina continua ad alimentare la spesa militare e a mettere sotto pressione le finanze pubbliche di Mosca.

Secondo trimestre 2026: le riserve diventano una fonte di liquidità

L’oro è un’attività che gli Stati tendono a conservare nei periodi di instabilità: non può essere congelato con la stessa facilità dei depositi finanziari, non è sottoposto alla giurisdizione di regolatori stranieri e non dipende dai rapporti con le banche corrispondenti. La decisione di venderlo indica quindi la necessità di ottenere liquidità oppure di incassare il valore di mercato dopo il forte aumento delle quotazioni.

Nel caso russo, tuttavia, l’accesso ai tradizionali mercati internazionali è stato limitato dalle sanzioni adottate in risposta alla guerra contro l’Ucraina. Le restrizioni hanno ridotto la possibilità di collocare l’oro russo sulle principali piazze, compresa Londra, costringendo Mosca a riorientare le vendite verso i mercati del Medio Oriente e dell’Asia, attraverso canali commerciali alternativi.

Questa riconfigurazione aumenta i costi delle transazioni e rende più complesso ottenere ricavi in valuta. Il metallo viene così venduto con uno sconto significativo, con una perdita diretta sulla valuta che lo Stato russo può incassare. La Banca centrale e il governo dispongono inoltre di meno margine per trasformare le riserve auree in uno strumento efficace di finanziamento della spesa bellica.

La vendita di 22 tonnellate nel trimestre segnala anche che le entrate tradizionali dello Stato, comprese quelle provenienti dal settore petrolifero e del gas, non sono più sufficienti a coprire l’aumento delle uscite pubbliche legate alla guerra. Per mantenere gli equilibri di bilancio, le autorità russe hanno iniziato a utilizzare anche le risorse liquide del Fondo nazionale del benessere, riducendo la riserva destinata a investimenti di lungo periodo e la capacità di reagire a future crisi economiche.

Il presidente della commissione della Duma di Stato per il mercato finanziario, Anatolij Aksakov, ha collegato l’interesse delle banche centrali per l’oro alla diversificazione delle riserve in un contesto di incertezza geopolitica e finanziaria. Nel caso della Russia, però, il ricorso al metallo prezioso serve anche a rifornire le casse pubbliche mentre le quotazioni restano vicine ai massimi storici: una scelta che può apparire conveniente sul piano del prezzo, ma che modifica il percorso seguito da Mosca nell’ultimo decennio.

Gennaio-luglio 2026: il deficit raggiunge 6,402 trilioni di rubli

Tra gennaio e luglio 2026 il disavanzo del bilancio russo è salito a 6,402 trilioni di rubli, mentre le entrate petrolifere e del gas diminuivano e le spese pubbliche restavano eccezionalmente elevate. Per compensare il buco, le autorità hanno accelerato la vendita delle riserve auree: secondo i calcoli del World Gold Council, dall’inizio dell’anno sono state cedute complessivamente 50 tonnellate.

Il ricorso al metallo è avvenuto insieme a una politica monetaria rigida e a costi del credito elevati. Queste condizioni hanno ridotto i margini delle imprese russe e la loro capacità di produrre profitti netti, limitando di conseguenza anche la possibilità di ottenere ulteriori entrate fiscali dal settore privato.

La vendita delle riserve non risolve però il problema strutturale del disavanzo. L’utilizzo di un patrimonio accumulato negli anni per coprire spese correnti riduce il cuscinetto finanziario dello Stato e lascia meno risorse disponibili per investimenti, stabilizzazione economica e risposta a nuovi shock.

L’immissione di liquidità senza una crescita corrispondente dell’offerta di beni aumenta inoltre la pressione inflazionistica e alimenta i rischi di un ulteriore indebolimento del rublo. L’effetto per le famiglie si traduce in aumenti dei prezzi di alimentari, carburanti, servizi abitativi e apparecchiature tecnologiche più rapidi rispetto alla crescita dei redditi nominali, con una riduzione del potere d’acquisto reale e del livello di vita.

Luglio e 9 settembre: la Russia diventa il maggiore venditore di oro

Nel solo luglio 2026 le riserve auree della Banca centrale russa sono diminuite di altre 6 tonnellate. Il dato è stato reso pubblico il 9 settembre, sulla base del rapporto mensile del World Gold Council, l’organizzazione internazionale che monitora il mercato dell’oro: in quel mese l’istituto russo è risultato il maggiore venditore tra le banche centrali mondiali.

La riduzione complessiva ha portato le riserve auree russe a circa 2.277 tonnellate, il livello più basso degli ultimi sei anni. La dimensione della contrazione mostra come una riserva costruita sistematicamente per ridurre la dipendenza dagli attivi in dollari venga ora utilizzata sotto la pressione delle spese militari in aumento e della prolungata guerra decisa dal Cremlino.

Le informazioni sono state riportate anche da Vecherka San Pietroburgo e rilanciate da un canale Telegram russo. Il passaggio da un accumulo metodico a vendite regolari rappresenta un cambiamento netto nella gestione delle riserve: l’oro non è più soltanto una protezione contro l’instabilità finanziaria, ma una fonte di liquidità per sostenere il bilancio.

La posizione attuale è quindi definita da una doppia pressione: il deficit pubblico e i costi della guerra spingono Mosca a vendere riserve strategiche, mentre sanzioni e canali commerciali alternativi riducono il rendimento effettivo di quelle vendite.

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