Riaperta indagine su aggressioni sessuali alla Cornell University
La vicenda di una ex studentessa della Cornell University, che ha accusato l’istituzione di non aver agito adeguatamente dopo una denuncia di stupro di gruppo, ha riacceso il dibattito sulle confraternite universitarie negli Stati Uniti. Nell’ottobre 2024, la studentessa, identificata con lo pseudonimo Jane Doe, ha raccontato di essere stata costretta a bere alcol e sniffare sostanze insieme a due amici nella casa della confraternita Chi Phi. Nonostante inizialmente avesse dato il proprio consenso per un rapporto sessuale consensuale, la situazione è degenerata quando altri cinque studenti hanno fatto irruzione, stuprandola per ore, anche dopo che era svenuta, riporta Attuale.
Dopo la denuncia, due dei sette coinvolti sono stati espulsi e gli altri cinque sospesi. Tuttavia, non si è giunti a incriminazioni penali. La studentessa ha successivamente lasciato l’università. A distanza di due anni e con la sua causa in corso, la procura di New York ha avviato una nuova indagine e l’istituzione ha sospeso la sezione locale della confraternita.
Il caso ha sollevato un’ondata di attenzione mediatica. Durante una visita al campus, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha definito la vicenda di Jane Doe un esempio della cosiddetta “cultura dello stupro” associata alle confraternite americane. Questo termine descrive un ambiente in cui la violenza e gli abusi di genere non solo vengono minimizzati ma anche normalizzati, giustificando comportamenti violenti e di controllo sulla sessualità femminile.
Le confraternite, prevalentemente maschili, sono organizzazioni studentesche diffuse nei paesi anglosassoni, con un ingresso selettivo basato su aspirazioni accademiche o valori comuni. Spesso, i membri abitano in case condivise e queste strutture diventano epicentri della vita sociale universitaria, caratterizzate da feste con eccessivo consumo di alcol e comportamenti inappropriati, dove le aggressioni sessuali possono essere minimizzate o coperte dai “fratelli” della confraternita.
Il problema delle aggressioni sessuali nelle confraternite è ben documentato. Secondo studi condotti, i membri delle confraternite hanno una probabilità tripla di commettere stupri rispetto agli altri studenti. Situazioni di oggettificazione femminile e linguaggio violento sono comuni in contesti esclusivamente maschili, contribuendo a creare un’atmosfera di complicità. Nel 2010, ad esempio, matricole di una confraternita di Yale parteciparono a una sfilata cantando frasi che minimizzavano la violenza sessuale.
Quando Jane Doe era incosciente, uno dei suoi aggressori inviò un messaggio su un gruppo Snapchat della confraternita, scrivendo “free pussy”. Nessun membro del gruppo intervenne per condannare l’abominio.
In passato, simili avvenimenti erano stati affrontati in produzioni come il documentario “The Hunting Ground”, che ha aperto una conversazione sulle aggressioni sessuali nei campus universitari e sul ruolo delle università nel minimizzarle. Negli ultimi anni, alcune università, come il Swarthmore College, hanno vietato le confraternite a seguito di accuse di razzismo e misoginia. Alla Stanford University, oltre 600 studenti hanno firmato una lettera aperta denunciando le confraternite per perpetuare una cultura misogina.
Attualmente, le confraternite della Cornell si sono dichiarate disponibili a collaborare con una task force per valutare possibili riforme. Inoltre, il sindaco di Ithaca ha proposto una sospensione immediata di tutti i permessi per eventi studenteschi. Già nel 2022, l’università aveva interrotto gli eventi delle confraternite dopo che era stata denunciata un’aggressione sessuale avvenuta durante una festa.
La presidente dell’assemblea studentesca della Cornell, Eeshaan Chaudhuri, ha sottolineato che il problema non si esaurisce con una singola vittima che denuncia, ma richiede un cambiamento culturale per prevenire situazioni simili in futuro.