Crollo demografico in Italia: 6 milioni di lavoratori in meno entro il 2050

02.11.2026 08:25
Crollo demografico in Italia: 6 milioni di lavoratori in meno entro il 2050

Roma, 2 novembre 2026 – L’Italia ha registrato una drastica riduzione delle nascite, con una perdita di oltre un quarto in dieci anni. Il calo, evidenziato anche dal taglio di 7.000 docenti, si ripercuote non solo sulle scuole ma anche sul settore imprenditoriale e sui servizi pubblici, costretti a far fronte a una popolazione sempre più anziana. Secondo l’Istat, le nascite sono scese da 485.780 nel 2015 a 355.772 nel 2025, segnando una diminuzione di 130.000 unità, ovvero il 26,8%. Nei primi sette mesi del 2026 si è registrata un’ulteriore flessione dell’1,1%, con un tasso di fecondità stimato di appena 1,13 figli per donna, riporta Attuale.

L’allarme

“Oggi abbiamo meno nati che 85enni”, avverte Alessandro Rosina, demografo della Cattolica. Egli sottolinea che il problema principale risiede negli squilibri intergenerazionali. Sebbene vivere più a lungo rappresenti un progresso, ciò deve essere accompagnato da politiche che promuovano la salute e l’attività. L’Italia, però, sta affrontando un “degiovanimento” significativo, causato dalla denatalità e dall’emigrazione. Le conseguenze si manifestano in tre aspetti: una difficoltà crescente delle imprese a trovare personale qualificato per innovare; una riduzione delle entrate fiscali e dei contributi per sostenere pensioni e sanità; e un numero inferiore di lavoratori necessari per mantenere in funzionamento i servizi sociali, compromettendo così tanto la crescita economica quanto la sostenibilità del welfare.

Un Paese più piccolo e anziano

Le proiezioni Istat diffuse ad agosto indicano che, nello scenario mediano, la popolazione residente arriverà a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. Rosina mette in evidenza la trasformazione demografica: nei prossimi 25 anni, a fronte di oltre 4 milioni di residenti in meno, gli over 75 aumenteranno di numero, portando a una netta diminuzione della popolazione in età lavorativa, ossia quella compresa tra i 25 e i 64 anni, che perderà circa 6 milioni di persone. I maggiori squilibri colpiranno in particolare il Mezzogiorno e le aree interne. La diminuzione delle nascite tende ad autoalimentarsi: le donne nelle età fertile per la maternità diventano sempre meno numerose. Una rinascita del tasso di fecondità incontra un limite rappresentato da generazioni più piccole di potenziali genitori.

La scuola si svuota

Il rapporto OCSE Education at a Glance 2026 indica un calo dell’11% degli alunni delle elementari tra il 2015 e il 2024; per il periodo 2024-2033 si prevede una riduzione del 18% dei bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni. Gianpiero Dalla Zuanna, analizzando i dati per il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia, descrive un fenomeno che parte dalle scuole materne e si propaga verso le superiori e le università. La chiusura di una scuola può accelerare lo spopolamento, scoraggiando l’arrivo di nuove famiglie. Sebbene un minor numero di iscritti possa favorire classi più piccole e migliorare l’insegnamento, ridurre il budget per queste istituzioni comporta la perdita di tale opportunità.

Il lavoro sostiene le pensioni

Le ultime previsioni Istat stimano una forza lavoro compresa tra i 15 e i 64 anni in calo da 24,8 milioni nel 2025 a 21,4 milioni nel 2050, anche considerando un aumento della partecipazione femminile. Nel frattempo, il sistema previdenziale deve far fronte ai pensionamenti dei baby boomer: la Ragioneria generale dello Stato prevede una spesa pari al 17,1% del Pil nel 2041. Poiché i contributi versati oggi finanziano le pensioni attuali, la sostenibilità del sistema dipende essenzialmente da lavoro, salari e produttività. La stabilità occupazionale, la formazione e l’integrazione dei migranti si rivelano fondamentali tanto per le imprese quanto per il bilancio pubblico.

La famiglia non basta più

All’inizio del 2026, gli ultraottantacinquenni superano i 2,5 milioni, registrando un incremento di 101.000 unità in un anno. PASSI d’Argento dell’ISS segnala che, per il 2023-2024, almeno un ultrasessantacinquenne su quattro riferisce almeno due patologie croniche. La domanda di assistenza sanitaria cresce mentre la rete familiare si riduce. Rosina osserva che diminuiscono le coppie con figli, aumentano i genitori single e gli anziani soli, portando a un indebolimento dei legami tra le generazioni. “L’aumento della popolazione anziana non autosufficiente ha meno possibilità di trovare risposta nelle reti familiari informali di aiuto intergenerazionale”. Di conseguenza, si rende necessaria una maggiore assistenza domiciliare, interventi di prevenzione e un incremento del personale. Massimo Livi Bacci sottolinea che un bambino nato oggi contribuirà al ricambio generazionale fra venti o venticinque anni. Pertanto, sostenere le nascite e riorganizzare il welfare devono diventare due priorità urgenti da affrontare congiuntamente.

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