Roma, 31 ottobre 2026 – La rivalutazione delle pensioni si configura come una tassa silenziosa che colpisce il ceto medio, evidenziando aumenti non estesi e un assegno che rimane invariato nel tempo. Dal 2011, i diversi governi hanno sfruttato il costo della vita per limitare la spesa previdenziale. Giorgia Meloni sta ora seguendo lo stesso modello. La relazione tecnica della manovra 2027 quantifica il costo di questa decisione, riporta Attuale.
Il conto della nuova manovra
Dal prossimo gennaio, con l’approvazione della norma, l’inflazione sarà completamente recuperata solo per le pensioni fino a quattro volte il minimo Inps, attualmente circa 2.447 euro lordi mensili. Per gli importi superiori, la percentuale riconosciuta scenderà all’85%, poi al 53%, al 47%, al 37% e, oltre dieci volte il minimo, al 32%. La riduzione colpirà l’intero assegno, e non solo la parte che supera ciascuna soglia. Il Tesoro prevede un adeguamento del 2,8%, cifra non ancora definitiva.
Quanti soldi spariscono
Secondo la Ragioneria dello Stato, la riduzione della spesa sarà di 1,476 miliardi di euro nel 2027, con l’ammontare invariato nei due anni successivi. Entro il 2036, il risparmio lordo potrebbe raggiungere 14,24 miliardi, con circa 8,54 miliardi netto dopo minori imposte. Gli assegni partiranno da una base più bassa anche negli anni seguenti.
La prova su un assegno medio
Con il previsto aumento del 2,8% da parte del Tesoro, una pensione di 3.000 euro lordi aumenterebbe di 71,40 euro mensili; in base alle regole ordinarie, si sarebbe avuta un’incremento di circa 82,45 euro. La differenza si avvicina ai 144 euro lordi su tredici mensilità. Per una pensione di 4.000 euro mensili, il nuovo adeguamento sarebbe di 52,64 euro contro circa 104, comportando una perdita di oltre 660 euro lordi in un anno. Non si tratta di un taglio dell’assegno, ma di una difesa inefficace dai rincari.
Quindici anni di governi e rinunce
Il primo strappo si registrò con Mario Monti: nel 2012-2013 furono congelati gli aumenti per gli assegni superiori a tre volte il minimo, allora poco oltre 1.400 euro lordi. La Consulta annullò il blocco nel 2015 e il governo Renzi attuò un recupero parziale. Da allora, tra 2014 e 2021, i governi Letta, Renzi, Gentiloni e Conte adottarono rivalutazioni limitate. Draghi nel 2022 ripristinò il calcolo per scaglioni più favorevoli. Meloni, invece, ha reintrodotto un sistema più severo nel 2023-2024, mentre dopo il ritorno agli scaglioni nel 2025-2026, nel 2027 si riprenderà con le restrizioni.
La perdita accumulata
Un’analisi del Centro studi Itinerari Previdenziali, svolta in collaborazione con CIDA, offre una prospettiva più ampia. Considerando una pensione di 2.500 euro lordi mensili nel 2011, si stima che tra il 2012 e il 2025 siano venuti meno complessivamente 37.498 euro a causa di una rivalutazione non effettuata secondo l’inflazione. Questa simulazione non rappresenta un recupero immediato, ma calcola gli aumenti persi e le loro ripercussioni negli anni. Rispetto al sistema ordinario gli importi mancati superano i 25.000 euro. Nel 2025, tale pensione ammontava a circa 2.826 euro, mentre con un’adeguata indicizzazione avrebbe raggiunto 3.229 euro, con una differenza di 403 euro al mese. Per un assegno iniziale da 5.500 euro, lo stesso studio prevede quasi 96.500 euro cumulati persi rispetto al recupero totale.
Scelta politica
La Consulta ha accettato limiti ragionevoli alla rivalutazione. Tuttavia, l’impatto economico non è neutrale. La nuova Irpef potrà offrire un risparmio massimo di 500 euro ai redditi superiori ai 55.000 euro, esclusivamente nel 2027; una pensione di 3.000 euro lordi mensili non beneficerà di questa estensione. Il gap previdenziale rimarrà. La manovra Meloni si inserisce in un contesto storico: per bilanciare i conti, il ceto medio pensionato continua a essere la fonte da cui attingere.