Quando e per cosa si vota negli Usa
(Andrea Marinelli) Oggi, martedì 3 novembre gli Stati Uniti, vanno alle urne per il midterm, le elezioni che si tengono ogni quattro anni a metà del mandato di un presidente: due anni dopo una presidenziale e due prima di quella successiva. Per l’ultima volta, quest’anno, Donald Trump sarà direttamente impattato dal risultato elettorale: dalle urne uscirà un nuovo Congresso che potrebbe limitarne la libertà di movimento, o facilitarla, mentre fra due anni gli americani voteranno per eleggere il suo successore, il quarantottesimo presidente degli Stati Uniti, riporta Attuale.
Per cosa si vota
In palio, martedì, ci sono tutti i 435 seggi della Camera, dove il mandato dura due anni, e 35 al Senato, dove ne dura sei e che si rinnova per circa un terzo ogni due anni: i parlamentari eletti formeranno il 120esimo Congresso degli Stati Uniti. Per avere la maggioranza alla Camera sono necessari 218 seggi, al Senato 51: oggi sono entrambi controllati dai repubblicani, che hanno rispettivamente 219 deputati (contro i 214 dei democratici e due seggi vacanti), e 53 senatori (contro 45 democratici e 2 indipendenti).
Il 3 novembre si vota anche per eleggere i governatori di 36 Stati e 3 territori, per i procuratori generali, per 164 referendum — fra cui la Proposition 40 che punta a introdurre una patrimoniale del 5% per chi ha più di un miliardo di dollari — e per migliaia di cariche locali e statali: in totale sono 5.270 contese elettorali. Anche se il suo nome non comparirà sulle liste elettorali, queste elezioni di metà mandato rappresentano un referendum sull’operato di Donald Trump, che ha ripetutamente chiesto agli elettori di votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome. Al momento il presidente ha un indice di gradimento molto basso, con il 60% degli americani che non approva il suo operato e appena il 37% che è favorevole, un dato fra i più bassi della storia recente.
Nei primi due anni dopo il ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump non ha rispettato alcune promessi elettorali. In particolare, molti elettori gli rinfacciano di non aver messo fine alle «guerre perenni» degli Stati Uniti — a febbraio ha anzi attaccato l’Iran insieme a Israele, provocando conseguenze globali che hanno fatto infuriare i suoi elettori — e di non essere riuscito ad abbassare il costo della vita: ha scatenato guerre commerciali che hanno avuto effetti devastanti sull’economia americana, in particolare in Stati rurali. Gli americani, si dice, votano guardando al portafoglio. L’economia quindi sarà uno dei primi fattori a influenzare la scelta ai seggi: oltre alla benzina, il costo della vita, dei beni alimentari, delle case e della sanità sono cresciuti e sono stati al centro della campagna elettorale.
Le promesse fatte da Trump sull’immigrazione irregolare, invece, potrebbero giocare a favore dei repubblicani, anche se i raid dell’Ice hanno allontanato moderati e ispanici, che due anni fa avevano votato a sorpresa per il presidente. Un peso lo avrà anche la preoccupazione per l’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sulla vita quotidiana e sui posti di lavoro, e per quello dei data center sulle comunità: membri di entrambi i partiti hanno parlato della necessità di regolamentare l’AI e si sono schierati contro la costruzione di nuovi hub, mentre Trump è contrario ad approvare norme.
Il 3 novembre è la data in cui i seggi chiuderanno: oltre 50 milioni di persone hanno infatti già votato in anticipo, per posta o di persona, negli Stati in cui è permesso. Alla fine, i voti anticipati potrebbero rappresentare circa i due terzi del totale. Questa alta partecipazione anticipata è un segnale dell’entusiasmo dei democratici, convinti di poter riconquistare almeno una delle due Camere.
Se un partito riuscirà a conquistare entrambe le Camere, avrà in pugno il Congresso per i prossimi due anni: in questo modo potrà portare avanti la propria agenda e bloccare quella dei rivali. Potrà esercitare il potere legislativo e, nel caso a vincere siano i democratici, il controllo sull’operato del presidente Trump.
Con un Congresso in mano ai repubblicani, Trump avrà vita più facile nel rispettare le sue promesse elettorali e far approvare leggi o riforme. Se invece soltanto una delle due Camere tornasse in mano democratica si avrebbe un divided government, con l’approvazione di nuove leggi diventerebbe per Trump più complicata.
Negli ultimi ottanta anni, alle elezioni di midterm il partito del presidente ha quasi sempre perso seggi alla Camera o al Senato, spesso in entrambe le camere. La Camera, di fatto, passa di mano quasi esclusivamente alle elezioni di metà mandato: la domanda da porsi, in genere, non è se il partito del presidente perderà seggi, ma quanti ne perderà.
Al Senato il trend è simile, ma leggermente attenuato: i guadagni, quando ci sono, sono contenuti. Avendo meno seggi, il controllo del Senato cambia più facilmente, e spesso avviene proprio durante le elezioni di metà mandato.
Ai repubblicani basta mantenere la situazione attuale, addirittura si possono permettere di perdere tre seggi al Senato: in caso di parità conta infatti il voto del vicepresidente. I democratici, invece, devono vincere 4 seggi sia al Senato che alla Camera.
Al senato, i seggi davvero contesi sono nove: otto di questi sono in mano repubblicana. Per ottenere la maggioranza, i democratici dovrebbero confermarsi in Michigan, e vincere tre degli altri sette seggi: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Ohio, South Carolina e Texas.
A parte il Maine, dove la senatrice Susan Collins è in carica da 30 anni, i tutti Stati vinti da Donald Trump nel 2024. Alcuni di questi seggi, inoltre, sono davvero contesi per la prima volta da decenni.
Alla Camera, dove i democratici hanno maggiori possibilità di riprendere la maggioranza, i seggi contesi sono circa 60: secondo la media dei sondaggi, 26 sono in bilico, e 20 tendono verso i democratici, e 14 verso i repubblicani.
A influire sul voto di quest’anno è anche il redistricting, la revisione dei distretti elettorali che in genere viene effettuata dopo il censimento nazionale. Se i senatori sono infatti due per Stato, il numero dei deputati cambia a seconda degli abitanti. Di norma, gli Stati repubblicani tendono a controllare il processo.
Quest’anno, tuttavia, Trump ha invitato gli Stati repubblicani a effettuare un inusuale revisione di «metà censimento», e anche i democratici hanno deciso di utilizzare la revisione dei distretti come arma politica.
I sondaggi: onda blu o muro rosso?
Molti sondaggi prevedono un’onda blu, quindi un’ampia vittoria dei democratici quantomeno alla Camera. Al Senato, invece, l’onda potrebbe