Alberto Trentini racconta la sua detenzione nel carcere venezuelano El Rodeo
Roma, 1 febbraio 2026 – Una scacchiera fatta con carta igienica, sapone e acqua regalata da alcuni detenuti colombiani è stato l’unico svago per affrontare quegli interminabili 423 giorni di prigionia. Dopo la liberazione e un silenzio di settimane per orientarsi e stare in famiglia, Alberto Trentini ha raccontato in esclusiva a Che tempo che fa sul Nove la sua detenzione nel carcere venezuelano El Rodeo. Alberto viene accolto nel salotto di Fabio Fazio dal grande abbraccio del conduttore e da un lungo applauso del pubblico in studio, riporta Attuale.
“Mi sento abbastanza bene – ha detto –. Ho avuto tempo di riposarmi e fare mente locale”. Trentini spiega di aver saputo quasi subito di essere un ostaggio. “Il direttore del carcere ci ha detto che eravamo pedine di scambio” e la conferma è stata «quando ci siamo resi conto che non c’era stata la convalida dell’arresto, eravamo 92 stranieri, tutti negli stessi padiglioni, tutti con storie simili”. “Le condizioni di prigionia sono state dure, stavamo in due in una cella due metri per quattro, avevamo l’acqua due volte al giorno per la doccia e per svuotare la latrina. Non c’era nessuna opportunità di svago, pochissimi libri, mi hanno sequestrato gli occhiali, quindi ero in difficoltà”.
Prima di arrivare al Rodeo, Trentini ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza nel cosiddetto “acquario” o “pecera”. “Una stanza a vetri attraverso i quali non si poteva vedere all’esterno. Sono stato là 10 giorni e dovevamo stare seduti su una sedia immobili dalle 6 di mattina alle 9 di sera con l’aria condizionata al massimo. Quando sono entrato eravamo in 20, mentre quando sono uscito per essere trasferito al Rodeo eravamo in 60”. Trentini ha ricordato che “dell’Italia, delle condizioni dei miei genitori non sapevo nulla i primi sei mesi. Le guardie del carcere erano tutte incappucciate. Non ho subito violenze fisiche, quelle le riservavano alle persone sospettate di qualcosa ma violenze psicologiche sì. A due giorni dall’arresto mi hanno sottoposto alla macchina della verità dopo avermi tenuto incappucciato per ore seduto a una sedia”.
A Fabio Fazio che gli ha chiesto se ci fosse stato un momento in cui ha avuto paura di morire, Trentini ha risposto: “Solo in fase di arresto, dopo l’interrogatorio mi hanno fatto salire su una camionetta, abbiamo preso una strada di campagna e ho detto magari finisce qua. Poi non ho avuto più paura, ho temuto più di essere torturato, non ho visto torture ma sentito racconti di persone torturate. Si preoccupavano che mangiassimo. Per chi tentava lo sciopero della fame la punizione più frequente era quella di stare nudo e ammanettato in una cella al quarto piano del carcere oppure veniva intubato e nutrito forzatamente. Chi lo ha vissuto è uscito fortemente traumatizzato”.
Un racconto pieno di dolore, ma che Alberto riesce ad affrontare con tenacia. “Quando mi hanno liberato mi hanno restituito solo le maglie dell’heavy metal”. Trentini, prima di salutare, ha ringraziato il presidente Mattarella per essere stato molto vicino alla madre.