Cuba cerca di salvarsi con la «Revolución solar» (made in China)
Bentrovati. Si sta sviluppando un sistema energetico basato sul sole in modo più veloce in Cuba, una delle nazioni più in difficoltà dal punto di vista economico e sociale, piuttosto che in Italia. La Cina, con grande fastidio per Donald Trump, sta sostenendo l’isola, ostacolata da mesi dall’embargo statunitense che blocca le importazioni di petrolio. Adesso, Cuba sta intraprendendo la sua rapida «Revolución solar», sostituendo petrolio con pannelli solari, riporta Attuale.
Alla vigilia dell’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump, CNN ha pubblicato un articolo dettagliato sulla nuova Rivoluzione cubana. Dalla crisi energetica dopo l’embargo statunitense, che ha portato a blackout quasi permanenti, Cuba ha ricevuto un supporto significativo dalla Cina. Secondo i dati del centro di ricerca Ember, l’isola sta attraversando una delle transizioni energetiche più rapide del mondo: le importazioni di pannelli solari e batterie dalla Cina sono aumentate di oltre il 1.800% tra il 2020 e il 2025, con un valore di 117 milioni di dollari in pannelli solari esportati a Cuba nel 2025. I due Paesi hanno firmato un accordo per costruire 92 parchi solari sull’isola entro il 2028, in grado di fornire elettricità a oltre un milione e mezzo di abitazioni, con quasi 50 già operativi.
Le energie rinnovabili rappresentano ora quasi il 10% dell’elettricità prodotta a Cuba, ma questo non è sufficiente. La crisi si aggrava e i pannelli cinesi potrebbero non essere in grado di colmare rapidamente il vuoto energetico creato dalla riduzione delle importazioni di petrolio dal Venezuela. Il ministro cubano dell’Energia, Vicente de la O Levy, ha dichiarato che l’unica fornitura di petrolio russo, arrivata a fine marzo con il permesso degli Stati Uniti, è ormai esaurita. «La situazione è molto tesa, si sta facendo sempre più critica. Non abbiamo assolutamente olio combustibile, né gasolio, e non abbiamo più riserve. Cuba è aperta a chiunque voglia venderci carburante».
In un contesto di estrema fragilità, Washington continua a esercitare pressioni. Martedì, il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha ribadito che Cuba rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti a causa della presenza di navi da guerra russe e agenti cinesi nei porti cubani. Il deputato repubblicano Mario Díaz-Balart ha sollevato preoccupazioni durante un’audizione sulla sicurezza, e Trump ha descritto Cuba come un «stato fallito» mentre apriva indirettamente al dialogo, ponendo condizioni: «Cuba chiede aiuto e noi parleremo!!!». Secondo la BBC, Trump è pronto a esplorare opportunità commerciali, avendo registrato il marchio “TRUMP” a Cuba nel 2010.
Rispondendo alle minacce, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, ha avvertito che un’«aggressione militare» statunitense provocherebbe una «catastrofe umanitaria» e un «bagno di sangue» per entrambi i Paesi, sottolineando l’assenza di motivi legittimi per considerare Cuba una minaccia. Le tensioni stanno generando ansia, soprattutto in un momento di grande instabilità per l’isola.
Molti in Cuba si chiedono se l’amministrazione Trump possa intraprendere nuovi passi aggressivi. La risposta a questa domanda potrebbe segnare un’altra fase critica nel conflitto che coinvolge la questione energetica e la sicurezza nazionale.