Decreto scuola: via libera con modifiche, multe per rifiuto corsi di italiano

25.09.2026 03:05
Decreto scuola: via libera con modifiche, multe per rifiuto corsi di italiano

Roma, 25 settembre 2026 – Il governo ha presentato oggi il Decreto Scuola, progettato in collaborazione con il Quirinale per garantirne la stabilità costituzionale, affrontando le critiche delle opposizioni. Il Presidente Sergio Mattarella ha effettuato significativi interventi sul testo, rimuovendo la controversa norma che avrebbe consentito ai servizi sociali di allontanare il minore se i genitori si opponevano all’apprendimento dell’italiano, una misura definita inaccettabile dal ministro Giuseppe Valditara, il quale ha affermato: “Ma vi pare che togliamo i figli alle famiglie? Sarà una bozza dell’opposizione”. Questa clausola è stata sostituita da multe da 200 a 1.000 euro per chi rifiuta i corsi gratuiti, riporta Attuale.

Il tetto del 30% di studenti stranieri

Il decreto introduce il tetto del 30% di studenti stranieri che non padroneggiano l’italiano per le prime classi di elementari, medie e superiori, a partire dall’anno scolastico 2027/2028. La norma si applica solo ai nuovi ingressi e si basa sulle competenze linguistiche reali, senza considerare la cittadinanza. In un tentativo di garantire il diritto allo studio, il governo prevede eccezioni per i bambini nati in Italia o per coloro che hanno frequentato due anni di scuola materna. Per le medie e superiori, si escludono gli studenti che hanno già completato un triennio con successo. Inoltre, la clausola di prossimità fa saltare il limite se non c’è una scuola accessibile nelle vicinanze. Il governo ha anche stanziato 17,5 milioni di euro, supportando circa mille docenti L2 già presenti nel sistema scolastico. Il ministro dell’Istruzione ha dichiarato: “Conoscere l’italiano significa integrarsi” sottolineando il passaggio da semplici raccomandazioni a misure legislative concrete.

Stop al volto coperto

Un altro aspetto rilevante del decreto è lo stop al volto coperto durante le lezioni e i colloqui. Sebbene la norma non nomini specificamente il burqa o il niqab, stabilisce che è vietato partecipare alle attività con il volto coperto o in modo che non possa avvenire il riconoscimento. Questa è un’estensione della legge Reale del 1975, applicata ora anche per motivi culturali e religiosi, con sanzioni da 200 a 1.000 euro imposte ai genitori per eventuali violazioni commesse da minori. Chi decide di ritirare i figli da scuola in segno di protesta può affrontare severe conseguenze, come previsto dalle disposizioni del Decreto Caivano, che prevedono pene fino a due anni di carcere e il rischio di revoca della responsabilità genitoriale.

Schlein: “Decreto vergogna”

In risposta, le opposizioni hanno manifestato il loro dissenso. “È un decreto vergogna. Si inventano la caccia alle streghe sulla pelle dei più piccoli”, ha affermato Elly Schlein. Anche il rappresentante di Futuro Nazionale, Rossano Sasso, ha espresso una condanna simile, dicendo che “questo provvedimento non serve a niente”.

L’Incognita del Colle

Rimane una incognita sulla firma del Colle. Non ci sono dubbi sull’integrazione, ma potrebbero sorgere delle perplessità riguardo al divieto di volto coperto, non per il contenuto, quanto per il possibile difetto dei requisiti di necessità e urgenza previsti dall’articolo 77 della Costituzione. In caso di un eventuale rifiuto da parte del Quirinale, il centrodestra potrebbe emendare il provvedimento attraverso un ddl ordinario da presentare dopo l’approvazione della legge elettorale. Questa discussione rappresenta anche un’opportunità di propaganda per il governo, che preferisce mantenerla viva.

La premier Giorgia Meloni sta conducendo una campagna elettorale improntata sulla massima polarizzazione: “Il tema non è vincere, ma governare bene. Gli italiani hanno ben presente il concetto di voto utile”, ha affermato, utilizzando questa strategia per gestire dissensi interni e sostenere le riforme. L’intenzione della premier di non compromettere la legge elettorale è chiara e l’avvertimento ai suoi colleghi nel governo è deciso: “Tutti presenti a Roma in Aula, niente defezioni. Se non passa la riforma, si va dritti al voto”.

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