Controversia sugli Indennizzi per gli Eredi degli Internati Militari Italiani
Ottantatré anni dopo l’8 settembre, la guerra non è ancora finita per gli eredi degli internati militari italiani. Un artigliere, inizialmente esonerato dalla leva perché malato, fu richiamato alle armi dal fascismo e deportato dai nazisti nel lager di Norimberga. Costretto a lavorare quindici ore al giorno, trascorreva le notti per terra, cercando di placare la fame con bucce di patate tra i rifiuti. Non tornò mai a casa. Un alpino, sopravvissuto ai congelamenti sul fronte russo, finì nel campo di Hemer, dove annotava le atrocità della prigionia e la morte dei compagni sotto le bombe, tornando in Italia con un peso ridotto a 45 chili. Oggi, i loro eredi chiedono giustizia, ma a opporsi alle richieste di risarcimento non è la Germania, che nei processi esaminati non si è nemmeno costituita, bensì lo Stato italiano, lo stesso che ha istituito un fondo per risarcire le vittime del nazismo, riporta Attuale.
A rappresentarli è Delex, uno studio legale che si propone come leader italiano nelle azioni risarcitorie collettive. Con il professor Giorgio Afferni assiste 235 famiglie in quattro cause contro la Germania, per oltre dieci milioni di euro. Due pronunce del 2025 e del 2026 hanno riconosciuto 1.275.230 euro a 38 posizioni familiari, oltre agli interessi, stabilendo che il danno vale 55 euro per ogni giorno di prigionia. Berlino non si è costituita. Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia sono intervenuti, contestando la prescrizione, la disponibilità di prove della deportazione e gli importi richiesti. L’avvocatura dello Stato ha fatto appello e, ad oggi, nessuno ha incassato quanto riconosciuto dai tribunali. La controversia ha radici storiche: dopo l’accordo di Bonn del 1961, che chiudeva ogni possibilità di rivendicazione economica, nel 2012 la Corte internazionale ha confermato l’immunità tedesca. Tuttavia, la Consulta nel 2014 ha riaperto le cause relative ai crimini nazisti.
Nel 2022, il governo Draghi ha istituito un fondo per indennizzare le vittime, prevenendo pignoramenti dei beni tedeschi. Sebbene i giudici abbiano condannato la Germania, il pagamento ricade sull’Italia, ma solo al termine del procedimento definitivo. Gli appelli rinviano i risarcimenti, creando un paradosso giuridico.
Un appello di 68 pagine dell’avvocatura dello Stato mette in evidenza l’impatto economico di questa iniziativa. Secondo i legali del Tesoro, estendere gli indennizzi a una platea storica di 600-800 mila militari imprigionati durante la guerra potrebbe generare un’esposizione teorica di 150-200 miliardi di euro, con effetti “gravemente destabilizzanti” sulle finanze italiane. Questa proiezione sostiene la posizione dell’avvocatura, che argomenta che l’internamento non costituisca di per sé una privazione illegittima della libertà, richiedendo l’esclusione dell’accesso al fondo per le cause contro Berlino.
Il 24 gennaio 2024, Giorgia Meloni ha definito “doverosi” gli indennizzi, escludendo “un intento dilatorio od ostruzionistico” del governo e difendendo le verifiche dell’avvocatura. Tuttavia, le impugnazioni continuano e gli stanziamenti fino al 2026 ammontano a circa 61 milioni, con un’aggiunta di cinque milioni per il 2025.
Dario Parrini, senatore del PD, ha presentato l’ottava interrogazione parlamentare, denunciando un “gioco delle tre carte” da parte del governo riguardo alle risorse disponibili: non esiste un registro pubblico dei pagamenti né un quadro trasparente del saldo. Inoltre, il termine per avviare nuove cause è scaduto nel 2023 e non è stato riaperto, creando il rischio di vittime “di serie A e serie B”.
L’avvocato Afferni comprende le ragioni diplomatiche e finanziarie dietro i ritardi, ma mette in guardia sulle possibili conseguenze: se il Fondo non garantisse più un adeguato risarcimento, “ci sarebbero argomenti validi per sostenere che gli aventi diritto possano tornare ad agire nei confronti della Germania”. Potrebbero essere messi nel mirino beni e crediti commerciali tedeschi in Italia, escludendo ambasciate e sedi istituzionali. Sebbene non sia un esito automatico, il meccanismo creato per risolvere una storica controversia rischia di riaprirla.