Ebola, l’OMS definisce l’epidemia nella RDC e Uganda un’emergenza sanitaria internazionale

18.05.2026 08:45
Ebola, l’OMS definisce l'epidemia nella RDC e Uganda un'emergenza sanitaria internazionale

Emergenza Ebola nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda

Nel fine settimana, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato l’epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale. L’OMS ha affermato che attualmente non c’è il rischio di una pandemia, ma la situazione richiede un coordinamento internazionale urgente per ridurre i rischi di diffusione in altri paesi dell’Africa e nel resto del mondo, riporta Attuale.

Nella provincia di Ituri, sono state registrate almeno 80 morti sospette e 246 casi sospetti della malattia in tre zone sanitarie. Finora, i casi confermati in laboratorio sono otto, a causa delle difficoltà nel prelevare campioni e testarli nelle aree rurali del paese. In Uganda, sono stati confermati due casi, entrambi legati a persone provenienti dalla RDC. Una delle due persone è deceduta e i due casi non sembrano collegati tra loro.

Secondo l’OMS, il focolaio di ebola potrebbe essere molto più vasto di quanto previsto, poiché non è stato ancora avviato un adeguato tracciamento dei contatti. La quantità di persone infette potrebbe essere superiore, considerando l’aumento nelle segnalazioni di morti sospette in aree urbane. Il contagio ha già superato i confini della RDC, rendendo necessario rafforzare i test diagnostici, le attività di isolamento dei casi sospetti e la comunicazione pubblica per sensibilizzare la popolazione sui rischi associati alla malattia.

L’ebola è una malattia contagiosa con un alto tasso di letalità tra coloro che contraggono l’infezione. È causata da un gruppo di virus scoperti per la prima volta nella seconda metà degli anni Settanta in paesi come la RDC (all’epoca Zaire) e il Sud Sudan. La specie più conosciuta e diffusa è stata per lungo tempo quella dello Zaire ebolavirus. L’attuale epidemia è causata dal Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta circa venti anni fa in Uganda.

Siccome è una specie storicamente meno diffusa, è stata meno studiata e quindi esistono meno strumenti per contrastarne la diffusione. I vaccini sviluppati contro lo Zaire ebolavirus potrebbero non essere efficaci contro il Bundibugyo ebolavirus, potendo altresì presentarsi difficoltà nell’impiego dei test diagnostici per confermare la presenza del virus.

Entrambi i virus provocano sintomi simili: nei primi giorni dopo l’incubazione, che può durare da qualche giorno a tre settimane, si sviluppano stanchezza, mal di testa e febbre. Nella seconda fase, i sintomi peggiorano, portando a febbri emorragiche, che in molti casi possono risultare letali.

In base ai dati dei focolai precedenti, il Bundibugyo ebolavirus sembra avere una letalità intorno al 35 per cento (circa una persona su tre che si ammala muore), tuttavia la stima è complessa, in quanto ogni focolaio presenta variabili uniche nel suo sviluppo.

Il contagio avviene tramite contatto diretto con i fluidi di una persona infetta, come sangue, saliva e sudore. Nella seconda fase, la malattia causa vomito e diarrea, aumentando il rischio di contagio per chi assiste i malati. Procedure inadeguate per la sepoltura, comuni nelle aree più povere e isolate, possono favorire ulteriori casi di contagio, poiché il virus può rimanere attivo anche dopo la morte.

Lo scorso anno nella RDC, era stato confermato il sedicesimo focolaio di ebola, con oltre 50 casi e almeno 45 decessi. In Uganda, nello stesso periodo, erano stati registrati 12 casi e quattro decessi. Un’epidemia particolarmente grave risale al 2019, in RDC, con oltre 3.500 casi e circa 2.300 morti. La più grande epidemia nell’Africa occidentale si è verificata tra il 2014 e il 2016, con quasi 30.000 casi e oltre 11.000 decessi.

L’OMS consiglia di rinviare eventi pubblici di grande portata in RDC e in Uganda e di intensificare i controlli per evitare la diffusione della malattia. Tuttavia, gli esperti avvertono che non è necessario chiudere le frontiere e che non sono richieste restrizioni di viaggio o trasporto di merci generalizzate, poiché blocchi di questo tipo potrebbero incentivare passaggi informali non controllati, compromettendo così la capacità delle autorità sanitarie di tracciamento dei contatti.

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