Hantavirus a bordo della nave Mv Hondius, l’Oms esamina i rischi di contagio tra passeggeri

06.05.2026 12:15
Hantavirus a bordo della nave Mv Hondius, l'Oms esamina i rischi di contagio tra passeggeri

Focolaio di Hantavirus sulla nave da crociera Mv Hondius: sette casi segnalati e tre decessi

Roma, 6 maggio 2026 – L’Organizzazione mondiale della Sanità sta monitorando con particolare attenzione il focolaio di Hantavirus registrato a bordo della nave da crociera Mv Hondius. Secondo l’Oms, è plausibile che i primi contagi siano avvenuti durante il viaggio in Sud America dei passeggeri coinvolti, senza escludere che, successivamente, possa essersi verificata una limitata trasmissione interumana tra contatti stretti a bordo. Si tratta però, sottolinea la stessa organizzazione, di uno scenario ancora da confermare attraverso le indagini epidemiologiche in corso, riporta Attuale.

Ad oggi, secondo il bilancio diffuso dall’Oms, i casi individuati sono sette: due confermati in laboratorio e cinque sospetti, con tre decessi. L’Organizzazione mondiale della sanità continua comunque a considerare basso il rischio per la popolazione globale. Per comprendere meglio cosa si sa realmente sulla trasmissione dell’Hantavirus e quanto sia concreto il rischio di contagio tra persone, abbiamo intervistato il dottor Luca Meroni, Responsabile SD Emergenze infettivologiche dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano, uno dei principali centri di riferimento nazionali ed internazionali per le malattie infettive ed emergenti.

Dottor Meroni, quali sono oggi le principali modalità di trasmissione dell’Hantavirus e perché viene considerata una zoonosi?

“Le infezioni da virus della famiglia Hantaviridae sono zoonosi: infezioni trasmesse all’uomo da animali che ne costituiscono il serbatoio. Per quanto riguarda gli Hantavirus, il serbatoio è rappresentato da numerose specie di roditori, inclusi i comuni ratti. La malattia da Hantavirus non è comune, ma ogni anno in tutti i continenti vengono segnalate alcune decine di migliaia di casi. La trasmissione avviene comunemente per il contatto con le deiezioni dei roditori portatori dell’infezione. Può avvenire anche per inalazione delle stesse essiccate (ad esempio durante le attività agricole). La malattia è quindi più comune nelle aree rurali e con evoluzioni più gravi dove l’accesso alle cure è tardivo. Non esistono terapie specifiche ma la diagnosi precoce e i conseguenti trattamenti di supporto ne riducono notevolmente la potenziale fatalità. La presentazione iniziale è assolutamente aspecifica e comune a molte virosi. Le specie virali presenti nel vecchio mondo (Europa, Asia, Africa) possono causare una malattia caratterizzata nelle forme più gravi da una febbre emorragica con insufficienza renale. Le specie virali più comuni nelle Americhe, invece, determinano più frequentemente un coinvolgimento polmonare.

Allo stato attuale delle conoscenze, la trasmissione interumana è stata descritta solo per la specie Andes orthohantavirus. Tuttavia il numero limitato di casi non consente di delineare modelli completamente esaustivi dal punto di vista epidemiologico: come la fase di maggiore contagiosità della malattia o la tipologia di esposizione. Fra le patologie trasmissibili, le zoonosi sono quelle che maggiormente risentono dei mutamenti ambientali, dell’antropizzazione di luoghi da sempre disabitati o viceversa dell’abbandono di aree precedentemente abitate, dove il contatto con la fauna selvatica era assolutamente sporadico. Possono emergere in tempi rapidi ed evolvere in modo imprevedibile patologie nuove. Negli ultimi decenni i Coronavirus hanno ampiamente dimostrato questa eventualità.”

Nel caso della nave Mv Hondius, l’Oms parla della possibilità di una trasmissione tra persone a bordo. Quanto è credibile questa ipotesi allo stato attuale?

“Credo che al momento non esistano dati epidemiologici sufficienti per stabilire come e dove il caso indice abbia contratto la malattia. Analogamente non credo sia possibile stabilire che le persone che per prime hanno sviluppato i sintomi rappresentino il caso indice. I tempi di incubazione della malattia hanno un intervallo ampio, non necessariamente chi sviluppa prima una forma sintomatica è venuto in contatto prima con il virus. Credo siano necessarie indagini più approfondite per definire la catena epidemiologica. Allo stesso modo, non credo vi siano dati sufficienti per stabilire che il cluster avvenuto a bordo della nave sia necessariamente legato a una trasmissione interumana e ancora meno per affermare oggi, con la dovuta certezza, che la diffusione sia avvenuta ad esempio attraverso impianti di ventilazione. Dato che si tratta di un evento raro, per quanto possibile bisognerà ricostruire la mappa dei luoghi frequentati dalle persone coinvolte, verificare l’eventuale frequentazione di ambienti comuni, se ci sono stati contatti con persone già sintomatiche ed escludere ogni altra fonte potenziale di contagio. Proprio perché il caso è eccezionale, saranno necessarie analisi approfondite”.

Alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili, esiste oggi un rischio concreto che alcuni ceppi di Hantavirus possano provocare focolai trasmissibili tra esseri umani?

“Allo stato attuale delle conoscenze, necessariamente limitate dalla relativa rarità dei casi e con l’eccezione della specie per la quale è stata descritta una trasmissione interumana, le infezioni da Hantavirus non hanno mostrato caratteristiche tali da ipotizzare l’insorgenza di focolai epidemici su larga scala”.

Nel caso di una possibile trasmissione interumana, quali categorie sarebbero maggiormente esposte al rischio di contagio?

“Sicuramente le persone più esposte sono gli operatori sanitari, perché necessariamente hanno un contatto stretto con un soggetto sintomatico. All’inizio i sintomi possono essere assolutamente aspecifici quindi, fuori da contesti particolari (come quello della nave in oggetto), potrebbero non essere state adottate precauzioni adeguate. Allo stato delle conoscenze attuali, un contatto casuale non può essere considerato un’esposizione a rischio. Per prevenire una patologia trasmissibile su vasta scala, le misure devono essere semplici, altrimenti non funzionano. L’approccio si basa sui sintomi: un malato con sintomi respiratori andrebbe sempre visitato con una mascherina. I guanti monouso vanno usati quando si entra in contatto con fluidi corporei, ma non per tutti i pazienti. L’influenza, ogni anno nel nostro Paese provoca migliaia di morti, ma quasi nessuno usa la mascherina nei luoghi affollati durante la stagione influenzale. Per questo, ha poco senso preoccuparsi solo delle emergenze se nelle situazioni normali non si seguono le precauzioni standard”.

Quali protocolli di biosicurezza vengono normalmente adottati quando si sospetta una possibile trasmissione interumana, ad esempio in ospedale o in contesti comunitari come una nave da crociera?

“Sono contesti completamente differenti. In ospedale ci troveremmo davanti a un caso quanto meno sospetto o accertato, con sintomi, per il quale si adotterebbero delle misure di precauzione potenzialmente anche sovradimensionate. Sicuramente, l’isolamento in stanza singola e l’uso di dispositivi di protezione per gli operatori sanitari, che restano comunque i più esposti al rischio per qualsiasi patologia trasmissibile. Le persone che hanno avuto un contatto diretto con un caso accertato verrebbero tenute sotto osservazione, per individuare eventuali sintomi alla loro prima insorgenza. In un contesto comunque comunitario con spazi limitati, come una nave da crociera, ritengo possa essere complesso, e forse tecnicamente non possibile, applicare misure molto restrittive a persone senza sintomi. Penso in particolare all’equipaggio, che è numeroso ma anche indispensabile”.</

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