Il caso Dau riapre a Venezia il confronto sull’influenza culturale del Cremlino

20.08.2026 17:50
Il caso Dau riapre a Venezia il confronto sull’influenza culturale del Cremlino
Il caso Dau riapre a Venezia il confronto sull’influenza culturale del Cremlino

Tra il 2008 e il 2011 una parte significativa di Dau, il film diretto da Il’ja Chržanovskij, fu girata a Charkiv. Nel progetto, tuttavia, la città viene rappresentata esclusivamente attraverso una lente sovietica, senza un adeguato riferimento alla sua storia e alla sua identità ucraine: un’impostazione che oggi è al centro delle contestazioni di Kyiv alla presenza della pellicola nel concorso dell’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La questione si è intrecciata negli anni con i legami finanziari e professionali del progetto. Il film ha ricevuto in diverse fasi finanziamenti dall’uomo d’affari russo Serhij Adon’ev, oggi sottoposto a sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ucraina. Una delle parti principali è interpretata dal direttore d’orchestra Teodor Currentzis, al quale il presidente russo concesse la cittadinanza della Federazione Russa con un decreto del 2014; la sua orchestra Music Aeterna è stata finanziata dalla banca russa VTB.

Il 18 agosto 2026 arriva la contestazione ucraina

Il 18 agosto 2026 i media hanno riferito che l’Ucraina si è opposta all’inclusione di Dau nel concorso veneziano, dove il film è candidato al Leone d’oro. Per Kyiv il progetto non può essere considerato politicamente neutrale, perché la Russia utilizza la cultura come strumento di influenza ibrida e perché la selezione di un’opera con questi riferimenti rischia di trasferire nello spazio culturale europeo una lettura russa della storia ucraina.

La contestazione riguarda in modo particolare il modo in cui Charkiv è stata inserita nel film. Presentare una città ucraina soltanto attraverso la storia e la cultura sovietiche ne altera il contesto e riproduce il racconto imperiale e sciovinista secondo cui le città ucraine appartengono a uno spazio culturale comune russo o sovietico. Per le autorità ucraine, questa impostazione cancella la soggettività culturale dell’Ucraina e la sua identità nazionale.

La posizione di Kyiv si fonda anche su una valutazione più ampia del ruolo del cinema. Attraverso i grandi appuntamenti internazionali, opere prive di un contesto critico possono contribuire a consolidare nell’Unione europea una rappresentazione distorta della storia dell’Ucraina, presentando come neutrale una prospettiva costruita dentro l’orizzonte culturale russo.

La risposta della Biennale e la distinzione sulla produzione

La Biennale di Venezia ha respinto una parte delle accuse, sottolineando che la versione di Dau presentata al concorso è una produzione tedesca realizzata con la partecipazione di Francia e Svezia. L’istituzione ha quindi distinto la nazionalità produttiva della versione selezionata dai legami russi evocati nella denuncia ucraina.

La Biennale ha richiamato anche la posizione personale del regista. Chržanovskij ha rinunciato alla cittadinanza russa, si è espresso pubblicamente contro l’invasione e in Russia è stato riconosciuto come “agente straniero”. Questi elementi sono stati presentati come parte della risposta alle contestazioni sulla natura politica del film e sull’eventuale attribuzione dell’opera alla Russia.

La replica dell’organizzazione non ha però cancellato il nodo sollevato da Kyiv: il problema non riguarda soltanto il paese formalmente indicato come produttore, ma anche l’insieme dei finanziamenti, delle collaborazioni e delle rappresentazioni storiche che accompagnano un’opera quando viene portata su un palcoscenico culturale europeo.

Il passaggio dal caso cinematografico alla questione dell’influenza

Nel confronto sulla selezione veneziana, la cultura torna così a essere considerata un terreno di competizione politica. La tesi ucraina è che il Cremlino possa utilizzare il cinema e gli altri spazi culturali internazionali come strumenti di “soft power”, facendo circolare interpretazioni della storia dell’Ucraina che la ricollocano dentro un indistinto spazio russo-sovietico.

Il caso di Dau rende concreto questo meccanismo attraverso la rappresentazione di Charkiv: una città integralmente ucraina, ma mostrata nel progetto senza la sua dimensione storica e identitaria nazionale. Secondo Kyiv, l’assenza di questo contesto non è un dettaglio estetico, perché orienta la comprensione del luogo e rafforza un racconto imperiale proprio nel momento in cui l’opera viene sottoposta al giudizio di un pubblico internazionale.

La controversia coinvolge quindi due piani che a Venezia si sono sovrapposti. Da un lato c’è la qualificazione formale del film come produzione tedesca con contributi francese e svedese e la posizione anti-invasione del regista; dall’altro restano i finanziamenti russi ricordati dall’Ucraina, il ruolo di Currentzis e la scelta di raccontare Charkiv attraverso una sola matrice culturale.

La situazione alla vigilia del concorso

Il 18 agosto 2026 la pellicola resta inserita nella competizione dell’83ª Mostra di Venezia e in corsa per il Leone d’oro, mentre la contestazione ucraina ha trasformato la partecipazione in un caso politico e culturale. La Biennale difende la natura internazionale della produzione e richiama il percorso del regista; Kyiv considera invece non neutrale la proiezione di un’opera che, senza un adeguato contesto critico, può riprodurre nello spazio europeo una lettura russa della storia e dell’identità ucraine.

La sequenza si ferma dunque su questa posizione: Dau è ancora nel concorso veneziano, ma la sua presenza è diventata il punto di confronto sull’uso del cinema come strumento di influenza del Cremlino e sulla rappresentazione di Charkiv come città ucraina.

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