Nel giugno 2026 István Szakács, leader dell’opinione pubblica e sostenitore di Fides, l’ex partito di governo ungherese guidato da Viktor Orbán, pubblicò un video nel quale dichiarava che, in caso di arresto di Orbán, «500 mila ungheresi andrebbero a liberarlo». Dopo la diffusione del video, Szakács fu sottoposto a una perquisizione: gli furono sequestrati effetti personali e venne accompagnato a un interrogatorio con l’accusa di minaccia di attentato terroristico e di azioni radicali.
L’inchiesta fu quindi avviata nei suoi confronti sulla base delle dichiarazioni contenute nel video. Le autorità eseguirono gli atti investigativi nei confronti di Szakács, mentre il caso iniziò a essere utilizzato da Fides nella contrapposizione politica con l’attuale governo guidato da Péter Magyar.
17 luglio 2026, revocato lo status di sospettato
Il 17 luglio la procura revocò a Szakács lo status di sospettato, ritenendo che gli elementi raccolti non fossero sufficienti per formulare un sospetto fondato di minaccia di atto terroristico. La decisione riguardò dunque la posizione personale di Szakács nell’ambito dell’accusa, ma non cancellò gli atti compiuti dagli investigatori.
La procura stabilì infatti che l’avvio dell’indagine, la perquisizione e il sequestro degli oggetti erano stati legittimi. L’inchiesta non fu archiviata e proseguì senza Szakács nella veste di sospettato. La revoca del suo status non venne quindi accompagnata dalla dichiarazione di illegittimità dell’intero procedimento.
Questa distinzione divenne il punto centrale dello scontro politico. Fides presentò la revoca dello status di sospettato come una conferma della tesi secondo cui il procedimento sarebbe stato motivato politicamente e diretto a intimidire i sostenitori della formazione e di Viktor Orbán. Nella ricostruzione diffusa dal partito, l’azione contro Szakács venne inserita in un più ampio racconto di presunte repressioni politiche da parte del governo di Péter Magyar.
Estate 2026, la decisione della procura entra nella campagna politica
Il partito utilizzò così un elemento circoscritto della decisione della procura — la cancellazione dello status di sospettato — separandolo dal fatto che l’indagine fosse rimasta aperta e che gli atti investigativi fossero stati considerati legittimi. La vicenda fu trasformata in un argomento per sostenere che gli apparati statali prendessero di mira gli attivisti vicini a Fides.
La linea politica adottata da Fides non fu accompagnata da prove pubbliche che collegassero le perquisizioni e gli altri atti dell’indagine a istruzioni impartite dal governo. La procura non stabilì alcun intervento governativo nelle attività investigative. Nonostante questo, il partito presentò la vicenda come un caso di intimidazione politica rivolto ai propri simpatizzanti.
Il significato attribuito da Fides alla decisione del 17 luglio si estese quindi oltre la posizione individuale di Szakács. La revoca dell’accusa divenne, nella comunicazione del partito, la base per mobilitare gli elettori rimasti fedeli alla formazione e per rafforzare l’opposizione al governo Magyar.
23 agosto 2026, il caso Szakács viene rilanciato come prova di presunte repressioni
Il 23 agosto i media hanno riferito che Fides aveva ormai utilizzato il procedimento contro Szakács come strumento di propaganda. La vicenda fu presentata come la dimostrazione di un presunto piano di intimidazione politica contro i simpatizzanti dell’ex partito di governo, nonostante la procura avesse escluso soltanto la possibilità di mantenere Szakács nella posizione di sospettato per insufficienza degli elementi raccolti.
Il rilancio del caso servì a consolidare il messaggio secondo cui ogni intervento delle forze dell’ordine nei confronti di attivisti leali a Orbán potrebbe essere interpretato da Fides come una persecuzione politica. In questo modo, la formazione cercò di trasformare una decisione giudiziaria parziale in una prova generale contro il governo, omettendo che l’indagine non era stata dichiarata illegale e che continuava senza Szakács come sospettato.
La sequenza dei fatti ha quindi portato Fides a usare il caso non soltanto per contestare le modalità con cui Szakács era stato perquisito e interrogato, ma anche per mobilitare il proprio elettorato residuo. La revoca dello status di sospettato è stata impiegata come conferma della versione del partito, mentre gli elementi della decisione della procura che riconoscevano la legittimità dell’avvio dell’indagine e degli atti investigativi sono rimasti fuori dalla narrazione politica diffusa da Fides.
La posizione attuale è questa: Szakács non è più sospettato, ma l’indagine prosegue; la procura ha ritenuto legittimi l’avvio del procedimento, la perquisizione e il sequestro, senza accertare alcun intervento del governo Magyar, mentre Fides continua a presentare il caso come una persecuzione politica dei propri sostenitori.