Acerra, 23 maggio 2026 – Nel Duomo di Acerra, il Papa accarezza le teste dei ragazzini. Tra loro c’è Miriam, sopravvissuta a un tumore rarissimo. Accanto ai suoi genitori ci sono quelli di altri giovanissimi che non ce l’hanno fatta, come Maria Venturato, morta a 25 anni. Sono le vittime dell’inquinamento, che qui tocca i livelli più alti d’Italia. Il vescovo le ha appena chiamate per nome tutte, o perlomeno le ultime che si ricordano. I familiari consegnano al Pontefice lettere, libri per raccontare il lutto, la rabbia, un decalogo con 10 proposte per la Terra dei fuochi, territorio per troppo tempo dimenticato tra Caserta e Napoli, dove la massiccia presenza di rifiuti tossici interrati dalla criminalità organizzata è correlata a un’incidenza elevata di malattie oncologiche. “È stato gentilissimo con ognuno di noi, la speranza è che non non finisca tutto in un fatto mediatico temporaneo”, si augura Angelo Venturato. In ricordo della figlia ha fondato l’associazione ‘Se allunghi la mano troverai la mia’: “Ho rispettato la volontà di Maria, accompagniamo i malati che hanno difficoltà a fare terapia negli ospedali”, riporta Attuale.
La piccola Ilenia e il suo papà, morti a due anni di distanza
Il Papa ha incontrato anche Angela, mamma di Ilenia, 18 mesi, e moglie di Carmine, 40 anni, scomparsi a due anni di distanza, nel 2011 e 2013. La morte della piccola è ancora senza un perché, “ma i medici ci dissero che il motivo stava in questa terra”. Il marito invece è stato ucciso da un tumore fulminante al colon, giovanissimo. “È stata l’altra mia figlia, Tania, a insistere per vedere il Santo Padre. Vogliamo una speranza. Abbiamo fatto anni di terapia, perché eravamo convinti che dopo di loro toccasse a noi”. Vivere con la paura che la malattia si prenda anche quello che resta “è allucinante”. “Dobbiamo ricordare che la dignità delle persone vale più di tutto – le fa eco Tania, con le lacrime agli occhi – nel 2026 non si può più sentire che si muore per tumori, soprattutto a causa dell’inquinamento. Siamo stanchi”.
Le parole di Leone ad Acerra
È la prima volta un Pontefice si ferma nella Terra dei fuochi: “Sono qui per realizzare il desiderio di Papa Francesco – ha detto Leone nella sua omelia –. Il grido della creazione e dei poveri qui è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale. È un grido che chiede conversione!”. L’auspicio è che “lo Spirito Santo vi conceda di vedere un ‘esercito’ di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità. Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva e riscalda, il fuoco dello Spirito che accende i cuori e le menti di migliaia e migliaia di uomini e donne, di bambini e di anziani e ispira cura, consolazione, attenzione, amore vero”.
Il discorso da piazza Calipari, di fronte a 12mila fedeli, è più diretto, privo della retorica ampollosa del linguaggio clericale. “Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti. Ma nessuna ingiustizia può cancellare la bellezza”. La lezione di Leone è “che più una bellezza è fragile, più chiede cura e responsabilità”. Il senso della sua visita ad Acerra è “confermare e incoraggiare quel sussulto di dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia e subito è minacciata dalla morte”. L’espressione Terra dei fuochi “non rende giustizia al bene che c’è e che resiste – afferma il Pontefice –, ma che ha certamente facilitato una presa di coscienza diffusa della gravità del malaffare e dell’indifferenza che ha lasciato spazio ai crimini”. Poi un ringraziamento ai pionieri che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento.