Il Papa Leone XIV ripristina gli stipendi dei cardinali di Curia dopo la crisi
Città Del Vaticano, 15 settembre 2026 – Il giorno del suo settantunesimo compleanno papa Leone XIV decide di fare il regalo, invece che a se stesso, ai cardinali di Curia. E direttamente in busta paga, archiviando così, in modo definitivo e alla prima occasione proficua, la stagione del confronto dialettico fra il partito romano e il suo predecessore Francesco. O almeno il Bergoglio degli esordi che, in occasione degli auguri di Natale del 2014, davanti ad arcivescovi e porporati curiali, riuniti nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, non esitò un istante a snocciolare le quindici ’malattie della Curia’. Tra queste “l’Alzheimer spirituale”, la “schizofrenia esistenziale”, fino al “terrorismo delle chiacchiere”, alla “faccia funerea” e alla più profana “vanagloria”, riporta Attuale.
Altri tempi, altro Papa. Intenzionato sin dall’inizio del suo governo ad improntare il rapporto con il partito romano secondo i criteri della pazienza, dell’umiltà, del superamento dei pregiudizi e delle inevitabili incomprensioni, Leone XIV cancella la normativa stabilita da papa Francesco nel 2021 che riduceva gli stipendi al personale della Santa Sede – a cominciare da cardinali e capi dicastero – e bloccava gli scatti di anzianità biennali. Un provvedimento rigoroso, dettato allora dalle conseguenze della pandemia da Covid-19, che avevano gravemente aggravato “il disavanzo che da diversi anni caratterizza la gestione economica della Santa Sede”, recitava lo stesso motu proprio Un futuro sostenibile. In particolare, Bergoglio aveva alleggerito gli stipendi dei cardinali di Curia (-10%), dei capi e dei segretari dei dicasteri (-8%) e dei dipendenti chierici e religiosi (-3%). Sulla stessa scia s’inseriva il blocco degli scatti biennali che interessava l’intero personale in servizio.
Tutto archiviato adesso o quasi. Anche per i cardinali dai prossimi giorni gli scatti di anzianità tornano a essere conteggiati e, con l’abrogazione del “contenimento salariale”, lo stipendio sarà come era prima del blocco (ad agosto la retribuzione di un cardinale di Curia era di circa 5.500 euro, ndr). Resta congelato il pregresso. Nel nuovo motu proprio, pubblicato ieri, Prevost giustifica l’abrogazione delle misure di austerity bergogliane – già in minima parte riviste lo scorso anno e ritenute comunque “necessarie anche per far fronte all’eccezionale sfida della pandemia” – con la certezza che “le Istituzioni della Santa Sede e della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell’impegno di garantire la sostenibilità economica”.
D’altronde i conti per la Santa Sede sono migliorati. Il dato più significativo è quello relativo al bilancio consolidato 2024, l’ultimo pubblicato a novembre scorso. Il risultato complessivo è passato da un deficit di 51,2 milioni di euro nel 2023 a un avanzo di 1,6 milioni di euro due anni fa. Le stesse entrate sono incrementate di 79 milioni di euro in virtù soprattutto di maggiori donazioni, dei risultati delle attività ospedaliere e della gestione immobiliare e commerciale.
In qualche modo anche la dieta Bergoglio il suo l’ha fatto. E ora i frutti si possono raccogliere. Resta il rischio di un contraccolpo d’immagine: la suggestione di una Chiesa istituzione, che torna ad ingrossare il proprio portafoglio, ha pur sempre una sua presa. O forse non è tutto già scritto. “La misura può avere ricadute diverse sull’opinione pubblica – suggerisce Daniele Menozzi, docente emerito di Storia contemporanea alla Normale di Pisa –: da un lato, la preoccupazione per l’abbandono della linea della Chiesa dei poveri di Francesco; dall’altro, l’esemplarità del governo ecclesiale nel rimediare al dato che l’inflazione sta decurtando drasticamente il potere d’acquisto”. Al prossimo bilancio (consolidato) l’ardua sentenza.