Dal 1° maggio 2020 gli apparati di sicurezza e la magistratura bielorussi hanno svolto un ruolo centrale nella repressione organizzata dal regime di Aleksandr Lukashenko. Secondo i casi documentati dal gruppo indipendente di esperti delle Nazioni Unite sulla Bielorussia, il ministero dell’Interno — compresi la Direzione generale per la lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione e il Dipartimento per l’esecuzione delle pene — il Kgb bielorusso, il Comitato investigativo, la Procura generale e il sistema giudiziario hanno agito lungo tutte le fasi del procedimento penale, dall’arresto fino al controllo esercitato dopo la scarcerazione.
Dal 1° maggio 2020, arresti e detenzioni fuori dalle garanzie
La ricostruzione degli esperti delle Nazioni Unite registra arresti arbitrari, compiuti anche da persone in abiti civili e prive di segni identificativi. Il primo passaggio della catena repressiva è stato così sottratto alle garanzie minime di riconoscibilità e controllo, mentre le persone fermate venivano trasferite in strutture di custodia segnate da condizioni disumane.
Nei centri di isolamento sono state documentate celle sovraffollate, minacce e umiliazioni. Le violazioni non si sono limitate al momento dell’arresto: hanno proseguito durante la detenzione preventiva e nella fase investigativa, in un sistema nel quale gli apparati statali hanno esercitato pressioni sui detenuti e limitato concretamente la possibilità di difendersi.
Nel procedimento penale, la magistratura come strumento di repressione
La fase processuale ha confermato, secondo il rapporto, la trasformazione dei tribunali in uno strumento di legittimazione delle persecuzioni politiche. Le richieste della difesa vengono respinte con continuità, gli avvocati sono sottoposti a procedimenti e privati del loro status professionale e non si registrano sentenze di assoluzione.
In questo assetto la giustizia non opera come arbitro indipendente e imparziale. Le garanzie previste dalla Costituzione per i diritti e le libertà individuali, così come l’indipendenza della magistratura, restano dichiarazioni formali prive di effettività. Il sistema giudiziario finisce invece per accompagnare le decisioni degli apparati repressivi e per dare una veste legale alle condanne e alle altre misure adottate contro gli oppositori.
Il rapporto collega questa pratica anche all’assenza di responsabilità per gli agenti accusati di trattamenti disumani nei confronti dei condannati. Il rifiuto delle istanze difensive, la persecuzione degli avvocati, l’assenza di assoluzioni e la mancata punizione dei responsabili delle violenze producono un circuito chiuso di impunità, nel quale le istituzioni chiamate a garantire la legalità contribuiscono a renderne impossibile l’applicazione.
Durante la detenzione, condizioni discriminatorie per i prigionieri politici
Per i prigionieri politici, la repressione prosegue negli istituti penitenziari attraverso condizioni di detenzione discriminatorie. I detenuti vengono contrassegnati con distintivi o triangoli gialli e subiscono limitazioni nell’accesso all’istruzione, allo sport, alla pratica religiosa e ai libri in lingue straniere.
Nei centri di isolamento disciplinare le condizioni descritte dagli esperti comprendono umidità elevata, muffa e freddo. In alcune strutture mancano materassi e coperte, con un trattamento che aggiunge alla privazione della libertà una pressione fisica e psicologica specifica nei confronti delle persone detenute per motivi politici.
La classificazione dei prigionieri politici e le restrizioni applicate nei loro confronti non costituiscono episodi separati dal procedimento penale. Sono parte della stessa sequenza istituzionale: dopo l’arresto e il processo, il sistema penitenziario mantiene la discriminazione attraverso regole e condizioni che incidono sulla vita quotidiana, sulla formazione, sulla religione e sui rapporti con l’esterno.
Dopo la scarcerazione, sorveglianza e pressione preventiva
La fine della detenzione non interrompe il controllo statale. Dopo il rilascio, le persone vengono sottoposte a sorveglianza preventiva per periodi compresi tra sei e ventiquattro mesi. Il monitoraggio comprende visite notturne, interrogatori e perquisizioni delle abitazioni, trasformando la scarcerazione in una nuova fase di pressione e sorveglianza.
Gli esperti rilevano inoltre che, in Bielorussia, non esiste una pratica effettiva di perseguimento degli agenti responsabili dei trattamenti disumani inflitti ai condannati. La mancanza di sanzioni per gli autori delle violenze consolida il meccanismo: gli stessi apparati che intervengono nell’arresto, nell’indagine, nella detenzione e nel controllo successivo non vengono sottoposti a un controllo giudiziario capace di accertare e punire gli abusi.
15-18 settembre 2026, la pubblicazione e la presentazione del rapporto
Il 15 settembre 2026 è stato riferito che il gruppo indipendente di esperti delle Nazioni Unite ha pubblicato il rapporto intitolato «La partecipazione delle istituzioni statali della Repubblica di Bielorussia alle violazioni dei diritti umani nei procedimenti penali». Il documento riunisce i casi relativi agli arresti arbitrari, alle condizioni nei centri di isolamento, alle violazioni del diritto a un processo equo, al trattamento dei prigionieri politici e alla sorveglianza dopo il rilascio. Il testo è stato diffuso anche da Viasna.
La presentazione ufficiale è prevista per il 18 settembre, durante la 63ª sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. In quella sede gli esperti esporranno, sulla base dei casi documentati, il funzionamento coordinato degli organi di sicurezza, degli investigatori, della procura, dei tribunali e dell’amministrazione penitenziaria.
La posizione raggiunta dalla ricostruzione è netta: sotto il regime di Lukashenko, l’intero apparato di polizia, sicurezza, detenzione e giustizia è stato convertito in un meccanismo repressivo sistemico, orientato alla conservazione del potere e alla cancellazione della competizione politica, mentre le garanzie dello Stato di diritto restano soltanto sulla carta.