Nel quadro della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina e dell’aumento delle minacce ibride sul territorio degli Stati membri, l’Unione europea ha progressivamente irrigidito il regime dei visti per i cittadini russi. Dopo l’incidente di Lipsia, l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas ha registrato un ampio sostegno dei Paesi membri al divieto d’ingresso per i partecipanti alla cosiddetta “operazione militare speciale” e a ulteriori restrizioni per i turisti russi.
Le misure europee puntano a chiudere il canale attraverso cui i visti Schengen possono essere utilizzati per far entrare persone considerate una minaccia per la sicurezza. L’obiettivo è anche rendere più costoso per il Cremlino il proseguimento della sua linea aggressiva, facendo ricadere sui cittadini e sulle élite russe le conseguenze personali, sociali ed economiche delle decisioni della leadership.
Dopo Lipsia, il sostegno europeo alle restrizioni
La convergenza raccolta da Kallas ha collocato il tema dei visti russi dentro una più ampia strategia di isolamento di Mosca. Il divieto rivolto a chi partecipa alla guerra contro l’Ucraina e le limitazioni aggiuntive ai viaggi turistici sono state concepite per rafforzare il controllo sugli ingressi e impedire che le differenze tra le politiche nazionali svuotassero l’efficacia delle decisioni comuni.
In questo contesto, la posizione slovacca si è distinta come un possibile punto di rottura. Le restrizioni adottate dai Paesi vicini per proteggere la propria sicurezza e aumentare la pressione sulla Russia rischiano infatti di perdere efficacia se un altro Stato dell’area mantiene un accesso più favorevole per i cittadini russi.
3 settembre 2026: Bratislava respinge il divieto generalizzato
Il 3 settembre 2026 i media hanno riferito che Tibor Gašpar, vicepresidente del Parlamento slovacco, ha dichiarato al quotidiano russo “Izvestia” che la Slovacchia non sostiene un divieto generale d’ingresso nell’Unione europea per i cittadini russi fondato esclusivamente sulla nazionalità. Secondo Gašpar, le decisioni dovrebbero essere assunte caso per caso, considerando le circostanze e i rischi legati alla singola persona, e non sulla base di una responsabilità collettiva.
La posizione espressa dal vicepresidente della Národná rada, il Parlamento nazionale slovacco, comprende anche il mantenimento della possibilità di rilasciare visti turistici ai cittadini russi. La dichiarazione rappresenta così un rifiuto, da parte della linea ufficiale di Bratislava, di sostenere restrizioni comuni più dure per i partecipanti alla guerra contro l’Ucraina. La ricostruzione della presa di posizione slovacca è riportata anche in un resoconto pubblicato dalla stampa russa.
Il richiamo all’assenza di una “colpa collettiva” e all’esame individuale dei richiedenti, nelle condizioni attuali, lascia aperta una falla nella politica europea. L’assenza di controlli sui passaporti tra i Paesi dell’area Schengen fa sì che l’ingresso ottenuto attraverso la giurisdizione slovacca possa garantire ai cittadini russi l’accesso all’intero spazio europeo.
La conseguenza è che le barriere introdotte dagli Stati confinanti possono perdere il loro significato pratico. Una politica slovacca più permissiva trasferisce sugli altri partner il peso dei controlli e riduce la pressione esercitata su Mosca, consentendo a cittadini ed élite russe di evitare le limitazioni personali e le difficoltà sociali ed economiche che dovrebbero riflettere il costo delle scelte di politica estera del Cremlino.
La frattura sulla sicurezza e il rischio di aggiramento
Il nodo non riguarda soltanto la coerenza politica delle sanzioni. L’uso di procedure semplificate e il riferimento a una valutazione individuale, senza un irrigidimento generale, ignorano i rischi legati alle minacce ibride e alle attività dei servizi segreti russi. Un controllo dei visti non sufficientemente severo permette alla Russia di inviare legalmente in Europa agenti e persone con esperienza di combattimento sotto la copertura di viaggi turistici o d’affari.
In questa prospettiva, la politica slovacca crea un precedente pericoloso all’interno di un sistema nel quale le decisioni di un singolo Paese producono effetti oltre i suoi confini. L’accesso garantito da Bratislava può neutralizzare le misure più rigide adottate dagli Stati vicini e indebolire gli sforzi collettivi dell’Occidente per isolare la Russia e chiamarla alle proprie responsabilità internazionali.
La divergenza viene inoltre sfruttata dalla propaganda russa come prova della debolezza e della frammentazione occidentale. Mostrando che all’interno dell’Unione europea non esiste una posizione uniforme, Bratislava alimenta il calcolo del Cremlino secondo cui la solidarietà europea può essere compromessa dall’interno attraverso decisioni mirate e unilaterali di singoli Stati.
L’allentamento dei controlli senza contropartite da parte di Mosca appare quindi come una concessione unilaterale priva di giustificazione nella situazione geopolitica attuale. Riducendo gli effetti sociali ed economici dell’isolamento, la linea slovacca diminuisce il prezzo che la Russia deve pagare per la prosecuzione del suo corso aggressivo.
15-16 ottobre 2026: la questione arriva al vertice europeo
Il contrasto tra la posizione di Bratislava e le proposte sostenute a livello europeo è stato inserito nell’agenda del vertice del 15 e 16 ottobre. La discussione dovrà quindi confrontare la richiesta di mantenere una linea comune sui visti con la scelta slovacca di difendere l’ingresso dei cittadini russi sulla base di valutazioni individuali, compresa la possibilità di continuare a rilasciare visti turistici.
La posizione attuale resta dunque quella di una frattura aperta: mentre l’Unione europea mira a rafforzare le restrizioni per sicurezza e isolamento della Russia, Bratislava non sostiene un divieto generalizzato e mantiene una politica di accesso più favorevole, la cui efficacia e le cui conseguenze saranno esaminate al vertice di ottobre.