La crisi del lavoro e la perdita di rappresentanza nella società moderna
La crisi democratica dell’Occidente emerge quando il lavoro persiste, ma non offre più voce, identità e potere. Nel XX secolo, il lavoro era sinonimo di appartenenza e di educazione politica, non solo di salario. La fabbrica era il luogo di produzione di beni, ma anche di linguaggio, solidarietà e rappresentanza collettiva. Oggi, con la deindustrializzazione, questo sistema è andato in frantumi, prima ancora di ridurre i numeri, perdendo la sua centralità sociale. Secondo l’Ocse, ciò ha comportato una diminuzione del peso del settore manifatturiero nelle economie avanzate, riporta Attuale.
Il problema risiede nel fatto che, insieme alla fabbrica, è scomparso il sistema di mediazione. Il lavoratore industriale aveva chiari riferimenti: un datore di lavoro, un sindacato, una contrattazione collettiva. Oggi, il lavoratore post-industriale si confronta con appalti, piattaforme e turni flessibili, senza sempre sapere chi decide sul suo reddito e sulla sua sicurezza. David Weil ha descritto questa trasformazione come un fissured workplace: un contesto di lavoro spezzettato, in cui il legame tra chi genera valore e chi lo impiega diventa opaco.
Questa situazione porta alla crescente individualizzazione del lavoro, mentre si intensifica la dipendenza. Il rider, il magazziniere e il call center operano come individui isolati in una rete globale, costretti a fronteggiare un’economia che li riconosce come necessari, ma marginali nella sua rappresentazione. Questa mancanza di un ‘noi’ collettivo alimenta il conflitto sociale, trasformando il malcontento in rancore e risentimento. La crisi sindacale è un chiaro indicatore della perdita di infrastrutture collettive, con la densità sindacale nei Paesi membri dell’Ocse che è scesa dal 30% nel 1985 al 15% nel 2023-24.
Si tratta di una trasformazione che ha implicazioni politiche significative. Il sindacato del XX secolo non era soltanto un’entità contrattuale, ma un rappresentante di una condizione materiale. Quando questa funzione si indebolisce, il lavoratore può mantenere un impiego, ma rischia di non avere una vera rappresentanza. Questo porta a una disparità evidente: l’occupazione crescente non garantisce dignità; nel 2024, l’8,2% dei lavoratori nell’UE risultava a rischio di povertà. Il lavoro non è più automaticamente l’antidoto alla vulnerabilità.
Le piattaforme digitali aggravano questa situazione, promettendo flessibilità ma generando dipendenza. I “datori di lavoro” diventano faceless, e le valutazioni algoritmiche sostituiscono l’interazione umana. Robert Castel ha evidenziato che il lavoro moderno non è solo subordinazione, ma anche protezione e integrazione sociale. Allentandosi questo legame, aumenta il rischio di “disaffiliazione”, che implica un distacco dai sistemi che integrano l’individuo nella società.
Le destre politiche, in questo contesto, sono entrate in gioco più rapidamente delle sinistre. Non hanno ricostruito una rappresentanza del lavoro, ma hanno fatto leva su un nemico comune. Hanno trasformato la perdita di status in una guerra culturale, promettendo appartenenza a chi si sente disorientato, ma offrendo soluzioni regressivi piuttosto che contrattazione collettiva.
Al contrario, la sinistra ha spesso discusso il lavoro con un linguaggio obsoleto o un’astrattismo che non rispecchia la realtà odierna. Ha trattato i lavoratori come soggetti da formare, non come cittadini da rappresentare e ha permesso che i diritti sociali fossero relegati a mera amministrazione. La questione cruciale è: chi oggi rappresenta coloro che lavorano, ma non si sentono ascoltati? È necessaria una nuova rappresentanza del lavoro disperso, che coinvolga contrattazione di filiera e trasparenza nelle decisioni aziendali.
In ultima analisi, una democrazia liberale non può prosperare se chi lavora si sente invisibile. Il conflitto può essere sostenuto, ma la mancanza di una voce rappresentativa è insostenibile. Quando il lavoro perde la sua rappresentanza, spazi vuoti vengono occupati da figure carismatiche o da un nazionalismo sociale che promette protezione. La fabbrica può sparire, ma il rancore persiste, e la nuova cultura liberalsocialista deve impedire che questo rancore diventi il motore di democrazie illiberali.