La Presidenza Danese del Consiglio dell’Unione Europea
Il 1° luglio ha segnato l’inizio della presidenza danese del Consiglio dell’Unione Europea, un organismo che esercita il potere legislativo accanto al Parlamento Europeo e rappresenta i governi dei 27 stati membri. Questa carica dura sei mesi e riveste notevole rilevanza: tra le molte responsabilità, il paese che detiene la presidenza organizza e dirige le riunioni del Consiglio, avendo così un certo potere nell’influenzare l’agenda secondo le proprie priorità. In questo contesto, il governo danese ha dichiarato che intende focalizzarsi sul rafforzamento della sicurezza europea, ad esempio facilitando lo sviluppo e il finanziamento dell’industria militare, oltre che sulle politiche ambientali. Inoltre, tornerà a sostenere i negoziati per l’ampliamento dell’Unione Europea verso i Balcani occidentali e la Moldavia e l’Ucraina, anche se eventuali intese sono ancora lontane, riporta Attuale.
É possibile, tuttavia, che la Danimarca tenti di promuovere misure più restrittive in ambito immigratorio, in linea con l’atteggiamento critico del suo governo. Questa situazione appare contraddittoria, dato che dal 2019 il primo ministro danese è Mette Frederiksen, appartenente al partito Socialdemocratico e sostenuta da una coalizione di centrosinistra. Nonostante ciò, ha adottato un approccio severo verso l’immigrazione, diventato un esempio per l’ala destra, con un netto calo del numero di richiedenti asilo nel paese.
In questo ambito, la Danimarca può contare su un sostegno significativo: vari altri governi europei supportano misure più ardue per controllare i flussi migratori, e alcuni hanno espresso apprezzamento per le scelte del governo Frederiksen. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito la Danimarca «un esempio» in tema di politiche migratorie, affermando che la Germania desidera collaborare a livello comunitario con il paese scandinavo.
Fonti diplomatiche europee, che hanno preferito rimanere anonime, hanno rivelato che la Danimarca potrebbe cercare di persuadere gli altri stati a individuare soluzioni, come l’apertura di centri per migranti in nazioni esterne all’Unione Europea, seguendo il modello adottato dall’Italia. Tale proposta è stata in parte sollecitata dalla Commissione Europea e ha suscitato l’interesse di diversi governi di destra, benché vi siano numerosi problematiche giuridiche che hanno ostacolato per lungo tempo l’operatività di centri italiani all’estero.
Le stesse fonti hanno menzionato eventualmente altre strategie per limitare l’immigrazione europea, inclusa la richiesta alla Commissione Europea di rivedere l’interpretazione delle convenzioni sui diritti umani, per facilitare l’espulsione dei migranti. Negli ultimi tempi, Frederiksen ha pubblicamente sostenuto l’esigenza di adottare regole più severe per l’accoglienza dei migranti in Europa, con una riforma già avvenuta l’anno scorso, rendendo più stringenti le norme per chi giunge da paesi considerati «sicuri» secondo criteri oggetto di controversie.
Alla fine di maggio, Frederiksen ha guidato un gruppo di nove stati nella firma di una lettera che chiedeva una revisione dell’interpretazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, argomentando che il testo limita la capacità degli stati di affrontare l’immigrazione irregolare. Questo appello ha ricevuto supporto anche dalla presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, figura politica con un orientamento ben diverso rispetto a Frederiksen.
«La sicurezza [europea] è strettamente legata alla migrazione», ha commentato Frederiksen in un messaggio video lanciato per inaugurare la presidenza danese, enfatizzando che «la migrazione presenta delle sfide per l’equilibrio delle nostre società, e necessitiamo di nuove soluzioni» per affrontarla.