Il dibattito sulla legge elettorale si complica: tensioni e agguati in aula
Sulla carta, il cammino della legge elettorale – iniziato ieri nell’aula della Camera per la terza e decisiva lettura – appare come una marcia trionfale. Tuttavia, la realtà è ben diversa: a Montecitorio si percepisce un clima di precarietà, e il primo vero colpo di scena si è avuto stamattina con il voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni. Il centrodestra, unito, ha mobilitato le sue forze, contattando i deputati via sms e imponendo il divieto di defezioni. Dopo questo voto, la capigruppo ufficializzerà il resto della tabella di marcia. Si prevede che lunedì il governo porrà la questione di fiducia su tre dei quattro articoli modificati dal Senato, blindando la delicata reintroduzione delle preferenze. L’unica misura che procede senza intoppi è l’estensione del voto ai caregiver. Giorgia Meloni è stata chiara: se la legge non verrà approvata, il governo sarà a rischio, riporta Attuale.
Se tutto sembra sotto controllo, perché i membri di Fratelli d’Italia manifestano nervosismo? La risposta è semplice: la mente di molti rievoca l’agguato estivo, quando un emendamento sulle preferenze fallì per un solo voto. All’interno della maggioranza, i dissidenti hanno motivi validi per ripetere quella strategia. Da un lato, le deputate del centrodestra sono infastidite dalla mancanza di alternanza di genere nei capolista bloccati, un tema su cui l’opposizione insiste con vigore, come dimostrano le dichiarazioni di Bonetti e Zaratti. Dall’altro, il ritorno delle preferenze è visto come una palese trappola da Giachetti, creando panico tra i deputati.
Un elemento di preoccupazione proviene anche dall’interno della coalizione: Lega e Forza Italia non hanno mai visto di buon occhio lo Stabilicum, consapevoli che un insuccesso potrebbe danneggiare la loro rappresentanza. La paura è tale che i deputati sono stati istruiti a votare mostrando un solo dito sulla pulsantiera. Inoltre, i questori hanno limitato l’accesso alla tribuna stampa per evitare che i collaboratori fungessero da informatori.
C’è però chi suggerisce che un inciampo nella legge potrebbe rivelarsi un vantaggio per Palazzo Chigi, ipotizzando una manovra pianificata. Un fallimento potrebbe, infatti, permettere a Meloni di anticipare Vannacci e colpire un centrosinistra ancora disorientato. Tuttavia, tra i corridoi della maggioranza, questa teoria trova ben pochi sostenitori: la convinzione di Meloni di poter ottenere una vittoria è solida, e la premier punta su una polarizzazione estrema, promuovendo l’idea del voto utile. Un pareggio istituzionale col Rosatellum è visto a Palazzo Chigi come un “Covid politico” da evitare a tutti i costi. Per questo motivo, Meloni è determinata a portare a casa lo Stabilicum entro l’8, quando tutto dovrebbe essere definito.
Nel frattempo, dietro le quinte, la battaglia strategica continua. Fratelli d’Italia sta cercando di conquistare Cateno De Luca e il suo movimento “Sud chiama Nord”; un guadagno tra l’1% e l’1,5% potrebbe garantire la soglia del 42% necessaria per blindare il premio di maggioranza. L’offerta è mirata: fornire due deputati a De Luca affinché possa formare un gruppo nel Misto, evitandogli la faticosa raccolta firme. Tuttavia, De Luca sta prendendo tempo, attratto dalle lusinghe renziane. Fuori dal Palazzo, intanto, Riccardo Magi ha intrapreso uno sciopero della fame per ottenere la validità delle firme digitali tramite Spid.
Il dibattito di ieri era solo un anticipo. Con il voto di oggi sulle pregiudiziali, si chiarirà se la suspense è autentica o se si tratta solo di un diversivo. Il capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, ha già avvertito: “Questo voto vale la fiducia. Se la legge si ferma qui, si va a casa.” Anche se lo Stabilicum dovesse superare l’ostacolo di Montecitorio, l’ultima parola spetterà alla Corte Costituzionale, che si preannuncia ben più insidiosa.