La strategia di Netanyahu: armi di distrazione e il mantra «non muoverti»

06.08.2025 07:05
La strategia di Netanyahu: armi di distrazione e il mantra «non muoverti»

DAL NOSTRO INVIATO
TEL AVIV – Quando Bibi Netanyahu salì al potere per la prima volta in Israele nel 1996, Giorgia Meloni era attivista nel Fronte della Gioventù, mentre Donald Trump gestiva Miss Universo. Proprio come Putin e Khamenei, Bibi ha l’esperienza necessaria per affrontare le critiche e le inchieste che lo colpiscono da ogni parte. Sa come funziona la macchina del consenso. Il suo mantra iniziale, “non muoverti, non cadere”, si è evoluto in un repertorio di tecniche per la sopravvivenza.

Una di queste è la gestione dei social media. Con l’aiuto di amici del figlio, ha imparato a dirigere la narrazione utilizzando i milioni di sostenitori. È un maestro nell’attirare l’attenzione su altri temi. Quando le cose si mettono male, crea una distrazione collettiva. L’ultima in questo senso è stata la guerra con l’Iran. Mentre l’opposizione guadagnava consensi e le sue controversie per corruzione lo affondavano nei sondaggi, e le elezioni anticipate incombevano, la guerra di 12 giorni contro il nucleare iraniano ha cambiato le carte in tavola. Gli argomenti sui processi e le elezioni potranno essere ripresi eventualmente a ottobre. Nel frattempo, lui rimane al comando, riporta Attuale.

Una delle principali lezioni che ha appreso dalla prima presidenza Trump è l’importanza della narrativa. Kellyanne Conway, famosa per aver usato il termine “fatti alternativi”, ha influenzato Netanyahu nella sua negazione della carestia a Gaza. Le testimonianze possono essere molteplici, ma se anche solo una persona la pensa diversamente, il pubblico inizia a dubitare. La sua tattica consiste nel convincere i suoi sostenitori che sono gli altri a mentire. come afferma Bibi: “L’Islam è sottomissione, il giudaismo è discussione”.

La sua resistenza non si basa solo sulle abilità comunicative, ma deriva anche da una visione strategica. Alleanze, identità e anche gli ostaggi nelle mani di Hamas sono sacrificabili in nome del fine ultimo. Cresciuto osservando suo padre mentre scriveva un importante trattato sulla cacciata degli ebrei dalla Spagna, Netanyahu ha assimilato la lezione: “Non dobbiamo mai essere deboli”. Con questa mentalità, sta costruendo un grande Israele, partendo dal suo esordio nel 1998, quando interpretò gli Accordi di Oslo per far sì che i palestinesi ottenessero solo il 13% della Cisgiordania, con la politica del divide et impera.

“È fondamentale che Hamas sia forte” per controbilanciare l’Autorità nazionale palestinese, dichiarò nel 2012, contribuendo così al finanziamento dei fondamentalisti. Nella campagna elettorale del 2019 promise di estendere il confine di Israele fino al Giordano, il che equivaleva a una vera e propria annessione della Cisgiordania. Dopo sei anni, sta concretizzando questo progetto con l’aiuto dei coloni e l’indifferenza della comunità internazionale.

Per portare avanti i suoi piani, Netanyahu è persino disposto a collaborare con un partito arabo-israeliano islamista. Le sue alleanze sono flessibili, purché lui rimanga al potere. Ora ha ministri messianici, esclusi dall’esercito per la loro inaffidabilità, i quali proclamano pubblicamente cose inaccettabili come l’eliminazione di tutti i palestinesi. Tuttavia, Bibi afferma che non rappresentano la politica di governo, sebbene la strategia di espansione resti invariata.

Il sostegno di Trump è fondamentale per la sua sopravvivenza. L’alleanza con gli Stati Uniti lo protegge dalle pressioni del Tribunale penale internazionale e da possibili sanzioni. Netanyahu sa come compiacere il presidente, paragonandolo a Ciro il Grande e proponendolo per il Nobel per la Pace. Gli sponsor economici ebrei americani lo supportano inevitabilmente. C’è stata solo una piccola rottura tra lui e Trump quando, appena eletto, il presidente voleva dimostrare che poteva fare meglio di Biden. Netanyahu ha concesso a Trump la gloria di una tregua, solo per rompere l’impegno e interrompere i rifornimenti a Gaza. Ora si trova a dover decidere sull’occupazione della Striscia.

Il premier israeliano è mosso dall’obbiettivo di proteggere il suo paese da “vicini che ci odiano e vogliono sterminarci”. Si paragona a Churchill, in grado di percepire il pericolo nazista e, come il grande leader britannico, è ossessionato dalla possibilità di una sconfitta dopo un trionfo militare. Dai media israeliani è stato ribattezzato “Guerra infinita”. Se l’esercito dovesse fermarsi, la sua carriera è a rischio. Tuttavia, è stato dato per finito almeno dieci volte, eppure è sempre lui a emergere vittorioso.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere