Roma, 7 agosto 2025 – A fine giugno, la Venezia di Jeff Bezos era presa d’assalto da ospiti miliardari, mentre Gianni Berengo Gardin decideva di affrontare con riservatezza questo tema. Anche negli orari in cui i più anziani si ritirano per riposare, ogni occasione era buona per raccontare il magico incanto di una città che lo aveva affascinato da bambino, riporta Attuale.
Sua figlia Susanna, figura discreta nella sua abitazione milanese, si premurava di correggere con comprensione qualche errore su nomi e date. Questo fotografo artigiano, che si definiva semplicemente un “guardone curioso di tutto”, è venuto a mancare a 94 anni. Il cielo era sereno, un peccato. Tuttavia, l’inizio del suo ultimo viaggio doveva sembrare come un implacabile bianco e nero che ha fissato il mondo.
“Il colore distrae” ripeteva – secondo il suo pensiero, un cielo azzurro vibrante può nascondere molte verità, mentre il bianco e nero offre una visione distinta, costringendoci a guardare con maggiore attenzione. Nato il 10 ottobre 1930 a Santa Margherita Ligure, nella sua carriera settantennale, Berengo Gardin ha cercato frammenti di verità in fabbriche, ospedali psichiatrici e cantieri. Sui dibattuti eventi di Venezia, ha nuovamente affinato il suo sguardo: “E’ danneggiata? Dipende dalla definizione di danno. Portare ricchezze e rendere felici alcuni? Illuminarne una città già colma di luci? Diciamo pure che manifestazioni del genere non corrispondono al mio stile di vita. Sono soltanto l’aspetto più ricco di un turismo volgare e ignorante che alla fine si rivela una forma di sfruttamento”.
Non esprimeva un giudizio morale su quel vortice di denaro, ma piuttosto una critica: “I ricchi non si riescono mai a educare, diventano possessori di ogni luogo che occupano. Ma facciamo finta di non sapere. Ho sempre denunciato le ingiustizie sociali attraverso il mio obiettivo, iniziando con reportage nei manicomi che contribuirono all’approvazione della legge Basaglia. Ho sempre spiegato ai pazienti il motivo del mio interesse per le loro immagini, aspettando la loro approvazione. Non cercavo di rappresentare la malattia, ma la condizione umana.” Poi, gli zingari gli hanno insegnato “generosità, poesia e musica”. Grazie a un finanziamento dell’Unione Europea per le minoranze, ha trascorso mesi nel campo nomadi di Firenze, documentando vite e tradizioni, rimanendo sempre critico nei confronti del pregiudizio e dell’indifferenza.
Si era reso conto che doveva andare con cautela: “Gli zingari sono sempre diffidenti nei confronti delle macchine fotografiche, poiché solitamente si ritraggono i lati negativi della loro realtà. È stato complicato entrare nel loro mondo, ma quel reportage si è rivelato un dono.” Timbrava le sue stampe con la scritta “vera fotografia” per attestare la mancanza di manipolazione. Credeva fermamente che il digitale non fosse adatto agli scatti documentari. Per questo, il suo impegno era sostanzialmente sociale e civile, dal dopoguerra fino ai giorni nostri, sempre permeato da un’ironia sottile. Perché ogni uomo merita attenzione, non importa il suo status, e lui cercava di inserirlo in ogni scatto, anche quando la sua presenza era appena percepibile. Le donne avevano un posto speciale nel suo cuore: “Le amo moltissimo, da sempre. Prima viene la Leica, poi le donne, poi i gelati. È più forte di me.” Iniziò la carriera nel 1954 a Milano, aprendo uno studio. Egli trascorse un periodo a Parigi come assistente per Doisneau, il famoso fotografo. Tuttavia, Venezia divenne la sua vera casa, un legame che sentiva profondo per via della sua discendenza paterna. Qui si unì in matrimonio con Caterina Stiffoni, arredatrice e appassionata di cucina, mentre negli ultimi anni, Camogli divenne il suo secondo rifugio. Dal matrimonio nacquero Alberto, graphic designer, e Susanna, una figura centrale nella gestione dell’archivio fotografico paterno e coautrice della biografia “In parole povere”.
Durante una conversazione a giugno, Gianni Berengo Gardin ricordava il giorno del 1957, la cerimonia nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli. “Sono ligure, ma vivo a Venezia da bambino, andavo dalle zie con una vista su piazza San Marco. Fin da piccolo sono stato educato al bello.” Per avvicinarsi alla bellezza, secondo lui, occorrerebbe un certo grado di preparazione. Allora, Venezia aveva 150.000 abitanti, oggi sono ridotti a 50.000. È difficile da realizzare, ma per preservare la sua essenza, dovremmo restituire a casa tutti coloro che si sono trasferiti a Mestre. La città richiede indigeni, non turisti, per quanto benestanti. Sosteneva che i veneziani fanno bene a lamentarsi: “Sono fragili e impetuosi come coloro che sentono che la loro anima viene rapita. Un’imbarcazione grande come un palazzo è un’offesa; l’ostentazione fa arrossire chi ha scelto di vivere in bianco e nero. Di Venezia, esiste solo una copia. Non vorrei trovarci a doverci accontentare di una replica di Las Vegas, quella con le gondole illuminate al neon.”