Migranti bloccati in Iran e nel Golfo: vittime dimenticate della guerra tra Stati Uniti e Israele

24.03.2026 11:25
Migranti bloccati in Iran e nel Golfo: vittime dimenticate della guerra tra Stati Uniti e Israele

Israele e Stati Uniti dichiarano guerra all’Iran: le conseguenze di un conflitto senza eguali

Il 28 febbraio 2026, dopo quasi un mese di tensioni crescenti, lo Stato d’Israele e gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato guerra all’Iran, mirando al programma nucleare voluto dal regime degli Ayatollah. Gli osservatori internazionali indicano le gravi implicazioni politiche, economiche e sociali di questa guerra, etichettata come “operazioni chirurgiche” ma che, in verità, ha già causato catastrofi in vasta scala, spaziando dal Golfo Persico al Libano, riporta Attuale.

La risposta immediata dell’Iran è stata un attacco con missili e droni, non solo contro Israele, ma anche contro basi militari statunitensi in Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi e Giordania, estendendosi fino all’Arabia Saudita e alle strutture militari a Erbil, nel nord dell’Iraq. Nel contesto delle moderne guerre, il numero di vittime civili è già stratosferico, con migliaia di persone colpite da decisioni politiche irrazionali, insieme a devastazioni ambientali senza precedenti e un’impennata vertiginosa dei prezzi di petrolio ed energia elettrica, gravando così sui budget di milioni di consumatori.

Una dimensione spesso ignorata di questo conflitto riguarda oltre 41 milioni di lavoratori migranti e rifugiati, bloccati in Iran, Israele e nei Paesi del Golfo. La grande maggioranza di questi, 24 milioni provenienti dal sud-est asiatico e dall’Asia meridionale, sono impiegati in settori vitali come edilizia e servizi, costituendo la spina dorsale delle economie locali nei Paesi del Golfo. In contesto di guerra, mentre i governi occidentali organizzano evacuazioni per i loro cittadini, le nazioni di origine di questi lavoratori, come Filippine, Indonesia, Thailandia e Pakistan, esortano i loro compatrioti a cercare riparo, senza alcun supporto significativo da parte dei datori di lavoro.

Il conflitto ha già causato morte e ferite tra lavoratori migranti filippini, pachistani, nepalesi e bangladesi, molti dei quali si trovano rinchiusi nei loro alloggi, impossibilitati a lavorare, mentre faticano a trovare cibo e assistenza medica. Coloro che sono riusciti a tornare nei loro Paesi hanno salvato la vita, ma si sono ritrovati senza fonte di reddito, danneggiando ulteriormente le economie locali, in particolare dell’Asia meridionale.

Rimesse e le conseguenze economiche mal calcolate del conflitto

Le rimesse dei lavoratori migranti rappresentano un contributo fondamentale alla crescita di molti Paesi a basso reddito. Ad esempio, l’India, il principale destinatario di rimesse a livello mondiale, ha ricevuto nel 2024 ben 137 miliardi di dollari da cittadini impiegati all’estero. In Paesi come il Nepal e il Pakistan, le rimesse costituiscono una percentuale sostanziosa del PIL, rispettivamente oltre il 25% e il 10%, evidenziando l’importanza economica di questi invii per le nazioni di origine.

Tuttavia, il conflitto attuale, che non trova giustificazione nel diritto internazionale, ha vanificato i sacrifici di milioni di lavoratori e ha portato a conseguenze gravemente sottovalutate. La narrazione prevalente tende a ignorare la realtà in cui vivono questi individui, preferendo mantenere un distacco politico che evita di affrontare le problematiche legate ai migranti. Questa “guerra preventiva” non solo distrugge vite ma, in ultima analisi, danneggia anche le economie locali, mentre l’Europa e le politiche nazionali continuano a rimanere inerti di fronte all’emergenza umanitaria che si profila.

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