Netanyahu deve navigare la pressione statunitense evitando un’apparente sottomissione

03.06.2026 11:35
Netanyahu deve navigare la pressione statunitense evitando un'apparente sottomissione

Netanyahu affronta la pressione di Trump e delle dinamiche interne israeliane

DALLA NOSTRA INVIATA
GERUSALEMME – La recente telefonata tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha mutato rapidamente il quadro dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. Il premier israeliano, pur essendo consapevole dell’importanza della figura di Trump, non può permettersi di apparire come un leader subordinato. Per questo, dopo un silenzio di circa due ore, ha scelto di non affrontare la Casa Bianca a muso duro, avvertendo però che Israele colpirà Beirut se Hezbollah non interromperà i suoi attacchi. Il messaggio è chiaro: obbedire senza dare l’idea di essere sottomesso, riporta Attuale.

Netanyahu, mentre calibra la sua risposta a Washington, continua a mantenere una linea dura nei confronti di Teheran, affermando che il regime iraniano «sparirà dalla scena mondiale» e che non permetterà all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Questo è il contesto attuale in cui si muove il premier: per anni lui e Trump hanno costruito rapporti simbiotici caratterizzati da una leadership personalistica e l’assenza di compromessi. Tuttavia, dopo l’attacco congiunto a Teheran del 28 febbraio, i loro destini si sono ulteriormente intrecciati, limitando la libertà d’azione di Netanyahu.

Con Trump che promuove una tregua, Netanyahu si trova in una posizione complessa: può irrigidire le sue posizioni, ma opporsi apertamente diventa complicato. Fonti vicine a Netanyahu affermano che la telefonata non ha incluso attacchi personali da parte di Trump, ma riconoscono il crescente rischio per la difesa della posizione israeliana a livello globale. Questo non implica, però, che Netanyahu venga schiacciato da queste pressioni.

Le esperienze accumulate in Gaza e Libano indicano che Trump tende a deviare rapidamente l’attenzione, lasciando così a Israele più margini di manovra. Infatti, Netanyahu sembra pronto ad accettare una tregua, vedendola come un’opzione reversibile. Ritiene inoltre, come osservato da John Bolton, di poter influenzare la politica americana per rendere il disimpegno più costoso per Trump. Le pressioni esercitate su Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo per estendere gli Accordi di Abramo sono percepite come un tentativo di compensazione politica, anche se gli scetticismi restano finché Riad non chiederà un percorso realistico verso la creazione di uno Stato palestinese, compromettendo gli equilibri della destra israeliana.

Inoltre, la situazione interna per Netanyahu si complica ulteriormente: entro ottobre deve indirizzare il Paese verso nuove elezioni e recenti sondaggi indicano che potrebbero segnare la fine della sua carriera politica. A rendere la situazione più difficile è la deteriorata sicurezza interna, come evidenziato dalle recenti affermazioni dell’ex primo ministro Ehud Barak, che accusa Netanyahu di aver illuso gli israeliani riguardo le perdite inflitte a Hezbollah.

Le tensioni aumentano anche tra gli ultraortodossi, la cui protesta contro l’arresto di studenti delle yeshivot sta esplodendo in scontri con la polizia, riflettendo quanto sia delicato il tema del servizio militare. Con la necessità di arruolare più uomini e la recente sentenza della Corte Suprema che impone obblighi di leva anche agli ultraortodossi, la situazione politica per Netanyahu si sta facendo più fragile.

Il premier dovrà affrontare una crescente insoddisfazione, mentre la fragilità economica e strategica rende tutto ancora più complicato. Le sue affermazioni sulla necessità di un Israele più autosufficiente, in vista dei possibili tagli agli aiuti americani, hanno causato preoccupazione tra gli investitori, con il mercato di Tel Aviv che ha registrato ribassi significativi e il valore dello shekel che è sceso, evidenziando i timori di un futuro incerto per il Paese.

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