Il paradosso delle pensioni in Italia: contributi e benefici a confronto
Un’analisi della Cgil rivela un paradosso nel sistema previdenziale italiano, dove l’integrazione al minimo e le maggiorazioni sociali possono quasi annullare il vantaggio di aver versato più contributi. Nel 2025, l’assegno sociale maggiorato raggiungeva 747,84 euro al mese; nel 2026 poteva salire a 768,29 euro, ma solo con specifici requisiti di età e reddito, riporta Attuale.
Il rapporto della Cgil mostra che le pensioni più basse, integrate al trattamento minimo e maggiorate, possono lasciare in tasca quasi gli stessi importi di quelle calcolate su una maggiore contribuzione. Un caso esemplare del 2025 mostra che una pensione di 807,69 euro netti mensili si riduceva a 745,97 euro dopo le tasse, appena due euro in meno rispetto all’assegno sociale maggiorato.
La comparazione offre tre esempi di pensionati: il primo con un minimo di contributi ma che riceve integrazioni fino a 749,11 euro netti; il secondo, con una pensione contributiva di 692,31 euro lordi che si riduce a 710,47 netti dopo trattenute; e il terzo, apparentemente privilegiato con 807,69 euro, ma che scende a 745,97 euro netti, evidenziando un’inaspettata parità con le pensioni più basse.
Senza contributi, si può percepire un assegno sociale di 747,84 euro nel 2025, mentre le pensioni più alte subiscono l’Irpef e le addizionali. L’anno successivo, il massimo dell’assegno sociale aumenta, ma solo per chi rispetta le condizioni economiche severe.
Il paradosso della fiscalità e il nodo degli 8.500 euro
La Cgil denuncia un’«asimmetria redistributiva» nel sistema fiscale che grava sulle pensioni: una pensione contributiva, superata la soglia di 8.500 euro lordi, subisce un’imposizione fiscale che ne riduce il vantaggio netto rispetto ai benefici assistenziali.
Una pensione integrata al minimo può risultare «esentasse», ma non perché più generosa: semplicemente le detrazioni superano l’imponibile. Per chi riceve solo l’assegno sociale, che non è pensionabile, non esiste nemmeno diritto alla quattordicesima, mentre si possono ottenere altri benefici come la Carta acquisti, a condizione di rispettare limiti patrimoniali.
Conclusione
Lo studio sottolinea la necessità di riformare il raccordo tra assistenza, previdenza e fisco, affinché versare più contributi possa tradursi in un vantaggio reale e percepibile per i pensionati. La questione sollevata non è la generosità delle prestazioni assistenziali, ma il fatto che un sistema fiscale penalizzante riduca il valore netto di una pensione costruita con anni di lavoro e maggior contribuzione.
In sintesi, il rapporto Cgil evidenzia che, in alcuni casi, versare più contributi può portare a ricevere in tasca meno di chi ha potuto contare su benefici assistenziali, mettendo in luce una contraddizione strutturale che necessita urgente revisione.