Riforma Elettorale in Italia: Tensioni e Proposte nella Maggioranza
I banchi semideserti di Montecitorio offrono la fotografia plastica di una maggioranza che gioca a scacchi con se stessa. L’incardinamento dello Stabilicum è iniziato nel vuoto di un’Aula segnata dalla vistosa assenza dei deputati della Lega, un cortocircuito politico che svela il nervo scoperto della riforma elettorale: il braccio di ferro sulle preferenze. Sebbene Fratelli d’Italia abbia aperto a una trattativa, gli alleati di Forza Italia e del Carroccio hanno già alzato le barricate: toccare i listini bloccati rischia di destabilizzare gli equilibri della coalizione. Per uscire dall’angolo prima del 7 luglio, quando s’inizierà a votare, il capogruppo Galeazzo Bignami cerca una mediazione acrobatica per un emendamento unitario. Sul tavolo si rincorrono diverse opzioni: dal “modello belga” delle liste semi-aperte fino al “modello toscano” delle preferenze agevolate, con la croce sul nome stampato e un mini-listino bloccato. Soluzioni che si scontrano con il gelido realismo di azzurri e leghisti (“sono inutili per i partiti medio-piccoli”) e liquidate dalla ministra Elisabetta Casellati con un pragmatico “prima vedere cammello”, riporta Attuale.
Un’architettura che molti già bollano come una pura finzione teatrale: se i partner diranno di no, FdI non procederà in solitaria e la discussione si spegnerà nella solita ammuina. Ciò non toglie che singoli esponenti — a partire dai deputati vannacciani — possano comunque tentare il blitz presentando emendamenti. È a questo punto che lo scenario cambia e il governo si dice pronto a calare la ghigliottina della fiducia come extrema ratio. Anche se ufficialmente il centrodestra esclude questa via, lo spettro che testi autonomi passino nel segreto dell’urna con il soccorso dei franchi tiratori costringerà Palazzo Chigi a blindare il provvedimento.
Nel frattempo, la rissa regolamentare si accende sui partiti minori, regalando all’Aula un momento di puro teatro. A far saltare i nervi al segretario di +Europa, Riccardo Magi, è il nodo della raccolta firme, una trafila burocratica risparmiata a Carlo Calenda grazie a una deroga ad hoc. Davanti ai banchi del governo, Magi sventola un facsimile gigante di scheda elettorale con la scritta provocatoria “Il tuo voto non conta” per denunciare i nomi blindati. Richiamato all’ordine, il deputato fa a pezzi il cartellone urlando: “State stracciando la Costituzione!”, prima di essere espulso dall’emiciclo. Un’esenzione che innesca la reazione di Roberto Vannacci, pronto a bollare la norma come un favore per il “pariolino radical chic”, incassando dal leader di Azione un durissimo “baciapiedi dei russi, un po’ cazzaro”. Tensioni che il relatore Angelo Rossi (FdI) tenta di disinnescare, arroccandosi sulla difesa tecnica del testo.
Ma la vera posta in gioco è temporale, legata alla Consulta e al Consiglio d’Europa, che vieta modifiche elettorali nell’anno del voto. Palazzo Chigi punta al via libera della Camera tra l’8 e il 10 luglio, per poi spingere il Senato a sbrigare la pratica ad agosto. La finestra agostana è strategica: la gente in vacanza difficilmente scenderà in piazza a fare resistenza come vorrebbe il Pd. Questo cronoprogramma mira a farsi trovare pronti a un voto anticipato nella primavera del 2027 (data probabile l’11 aprile), quando scatteranno i vitalizi dei parlamentari. Un incentivo potentissimo per spingere le Camere a correre. Ma a spegnere gli entusiasmi ci pensa l’altolà di Giancarlo Giorgetti: i tempi tecnici dell’Autonomia differenziata e dei Lep impediscono la finestra di aprile, e la Lega non voterà senza il federalismo in bacheca. Come uscire da questo cortocircuito?