Donald Trump ha rinviato, per ora, un’azione militare contro l’Iran, ma i suoi collaboratori avvertono che tutte le opzioni rimangono aperte. Questa affermazione serve a guadagnare tempo, come segnalato dall’inviato presidenziale Steve Witkoff, che ha espresso una preferenza per un approccio negoziale. Tuttavia, in un contesto di tensioni crescenti, il presidente sta considerando molteplici fattori, secondo quanto riportato Attuale.
Poche certezze
Secondo le intelligence, il regime iraniano rimane saldo e compatto. Un attacco non è destinato a cambiare la situazione attuale. Non ci sono certezze sul futuro, poiché l’opposizione è poco organizzata e divisa in numerose correnti, il che solleva interrogativi sulle possibilità di successo di qualsiasi intervento. Trump ha dichiarato di voler vincere, ma al momento non esiste alcuna garanzia di vittoria, e c’è un alto rischio di essere trascinati in un conflitto prolungato.
In termini militari, il Pentagono ha attualmente dispositivi robusti in Medio Oriente, con un gruppo numeroso di soldati, una rete di basi, stazioni di sorveglianza e una flotta navale in grado di lanciare missili. Tuttavia, gli esperti avvertono che questo schieramento potrebbe non essere sufficiente per una manovra più ampia, data la scarsa disponibilità di munizioni e batterie antimissile necessarie per contrastare eventuali rappresaglie da parte delle forze iraniane.
Recentemente, gli Stati Uniti hanno ordinato il trasferimento della portaerei Lincoln dall’Asia verso l’Oceano Indiano, con l’arrivo previsto tra circa una settimana, accompagnata da ulteriori navi lanciamissili. C’è la possibilità di un trasferimento ulteriore di materiale dagli Stati Uniti e dall’Europa.
Appelli dalla Comunità Internazionale
La Casa Bianca è sotto pressione a causa degli appelli provenienti dagli alleati, tra cui Arabia Saudita, Oman, Qatar e Turchia, che hanno esortato Trump a evitare azioni belliche che potrebbero incrementare l’instabilità regionale. Questi Paesi, che hanno mantenuto un dialogo con l’Iran, sono preoccupati per possibili escalation di violenza.
La posizione di Israele
Un dato interessante riguarda l’atteggiamento di Tel Aviv. Secondo le informazioni trapelate, ci sarebbero almeno tre teorie sui media:
1) Israele avrebbe evitato di incoraggiare gli Stati Uniti a colpire, ritenendo che le condizioni attuali non siano favorevoli;
2) pur riconoscendo le difficoltà che affronta il regime iraniano, gli israeliani nutrono scetticismo sui possibili effetti politici di un attacco;
3) il primo ministro Netanyahu ha dialogato con l’Iran tramite i russi per stabilire delle regole di ingaggio, scambiandosi promesse di non attacco reciproco. Recentemente ha avuto un altro contatto telefonico con Vladimir Putin e sono attese visite del capo del Mossad negli Stati Uniti.
Resta, infine, l’imprevedibilità di Trump, che continua a confondere i piani; ieri, il presidente ha ricordato agli iraniani di non aver eseguito l’impiccagione di 800 prigionieri, affermando che nessuno lo ha convinto a cambiare idea.