Le tensioni tra Stati Uniti e Iran: una strategia fallimentare?
Dopo il ritiro delle deroghe alle sanzioni e i recenti bombardamenti americani su oltre 170 obiettivi in Iran, la questione che circola è: esiste un piano C? «Se esiste, Trump e i suoi consiglieri non l’hanno ancora descritto», afferma il New York Times, evidenziando la crescente confusione sulla strategia adottata.
Attualmente, sembra che si sia tornati a utilizzare un approccio già visto in passato: una combinazione di forza militare e sanzioni, che fino ad ora non ha portato ai risultati sperati, né durante il tentativo di Trump di cambiare regime né nel tentativo di costringere l’Iran a importanti concessioni. «È un vicolo cieco strategico», osserva Richard Haass, ex diplomatico e attuale presidente del Council on Foreign Relations, evidenziando l’inefficacia delle misure adottate.
Il problema centrale è che più attacchi statunitensi vengono lanciati, più reazioni violente si registrano da parte iraniana, che non colpisce solo le basi americane nei Paesi del Golfo, ma anche le loro infrastrutture petrolifere ed energetiche, senza che l’amministrazione statunitense riesca a trovare un modo efficace per difenderle. Dopo l’escalation militare recente, Trump ha dichiarato risolutamente su Truth che gli Stati Uniti «hanno accettato» di continuare i negoziati, chiarendo che si tratta di una richiesta dell’Iran, ma ha altresì aggiunto: «Il cessate il fuoco è FINITO!».
I mediatori del Qatar stanno nuovamente cercando di predisporre le condizioni per evitare un completo fallimento dei colloqui. Questi rappresentanti, operando di concerto con gli Stati Uniti, si sono recati a Teheran con l’obiettivo di riallacciare il dialogo. Trump ha espresso scetticismo riguardo alla possibilità di giungere a un accordo finale tangibile, ma i responsabili dell’amministrazione americana ribadiscono il desiderio di perseguire una soluzione pacifica; i «negoziati tecnici» dovrebbero riprendere la prossima settimana, probabilmente in Svizzera. Tuttavia, come sottolinea il New York Times, la questione è che i negoziati non sono solo “tecnici”, ma anche politici, con il complicato tema del programma nucleare dell’Iran momentaneamente accantonato a causa di questioni inerenti al controllo dello Stretto di Hormuz.
Recentemente, l’amministrazione americana ha accettato di firmare un memorandum che include un paragrafo vago, il numero 5, in cui si richiede all’Iran di assicurare il passaggio sicuro delle navi commerciali «senza imporre costi per 60 giorni soltanto». Questa concessione è stata espressamente richiesta dai Guardiani della rivoluzione per facilitare l’intesa. Trump ha interpretato questa misura come un modo per riaprire lo Stretto, attendendosi che l’onere ricadesse sull’Iran; tuttavia, per gli iraniani, significa ottenere il controllo dello Stretto e stabilire una rotta di passaggio da cui intendono imporre un pedaggio in futuro.
Il memorandum prevede, inoltre, che l’Iran discuta con l’Oman e gli altri Paesi del Golfo riguardo alla «definizione della futura amministrazione e dei servizi marittimi», adottando «le leggi internazionali applicabili e rispettando i diritti sovrani dei Paesi costieri dello Stretto di Hormuz». Per gli Stati Uniti, si tratta di un tentativo di trovare una soluzione temporanea, per rinviare un problema considerato delicato; confidano nella convinzione che né il diritto internazionale né gli Stati del Golfo permetteranno mai all’Iran di esercitare un controllo su Hormuz. Tuttavia, inevitabilmente, le diverse interpretazioni del memorandum devono confrontarsi, e il nodo è emerso meno di un mese dopo la sua sottoscrizione.
Una differenza sostanziale nella visione del mondo delle due parti rappresenta un ulteriore ostacolo alla risoluzione del conflitto. Trump si aspettava che, a fronte di mesi di guerra e anni di sanzioni, le entrate petrolifere avrebbero giustificato un cambiamento nell’atteggiamento iraniano. Secondo la logica di businessman come Trump e i suoi negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner, l’incentivo economico dovrebbe bastare per incoraggiare l’Iran, o addirittura Hamas, a perseguire un’economia moderna. Tuttavia, il controllo dello Stretto di Hormuz riveste un’importanza cruciale per il regime iraniano (o almeno per alcune sue frange).
Di conseguenza, quando la Marina americana ha iniziato a scortare le navi commerciali lungo un percorso alternativo, vicino all’Oman, l’Iran ha reagito con attacchi, conducendo a un ulteriore blocco quasi totale del commercio. Da parte loro, gli iraniani vedono ogni soluzione diplomatica semplicemente come una pausa temporanea in attesa della prossima offensiva israelo-americana, riporta Attuale.